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martes, abril 06, 2010

POST REICH: LA BRUTAL HISTORIA DE LA OCUPACIÓN ALIADA (en italiano).

Dopo il Reich: la brutale storia dell'occupazione alleata


Inoltro la recensione del testo "After the Reich. The brutal history of the Allied occupation" ringraziando l'amico e traduttore Fabrizio Rinaldini per il lavoro fatto. Sull'argomento della "liberazione" tedesca ricordo questi testi fondamentali:
- Hans Deichelmann "Ho visto morire Königsberg. 1945-1948: memorie di un medico tedesco" Edizioni Mursia, 2010

- Gianantonio Valli, "Il prezzo della disfatta. Massacri e saccheggi nell'Europa 'liberata' ", Effepi, Genova 2008

- Ernesto Zucconi "Il rovescio della medaglia. I crimini dei vincitori" Novantico, Pinerolo, 2004

- John Sack "Occhio per occhio" Baldini e Castoldi, Milano, 1995

- Marco Picone Chiodo "E malediranno l'ora in cui partorirono. L'odissea tedesca tra il 1944 e il 1949" Mursia, Milano, 1988

- James Bacque "Gli altri lager I prigionieri tedeschi nei campi alleati in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale" Mursia, Milano 1993

- James Bacque Crimes and Mercies: The Fate Of German Civilians Under Allied Occupation, 1944-1950, Little Brown & Company, Boston, 2003

- Sito dello storico http://www.jamesbacque.com/

- Opere a carattere storico (Deutsche als Opfer/I tedeschi come vittime) del pittore Smagon http://www.art-smagon.com/

- David Irving "Il piano Morgenthau. 19944-45 un genocidio mancato" Settimo Sigillo, Roma 2003

- J. Robert Lilly "Stupri di guerra – Le violenze commesse dai soldati americani in Gran Bretagna, Francia e Germania 1942-1945" Mursia, Milano, 2004.

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After the Reich: The Brutal History of the Allied Occupation
di Giles MacDonogh, edito da Basic Books nel 2007, ristampato nel febbraio 2009, pagine 656, lingua inglese, ISBN: 978-0465003389

Recensione pubblicata nel numero di Primavera 2009 dal “The Journal of Social, Political and Economic Studies”, pagine 95-110.

L’indomani della “Guerra buona”: una revisione. La verità che riaffiora dall’oceano del mito. (1)

di Dwight D. Murphey, già docente di diritto commerciale alla Wichita State University dal 1967 al 2003 (2)

Chi narra con onestà gli eventi umani, odierni o remoti, appartiene ad una stipe tanto rara quanto onorabile. Dovremmo senz’altro elevarli nel pantheon degli dei terreni. Allo stesso modo, indubbiamente, vi dovremmo annoverare anche coloro che, non già per disaffezione verso l’Occidente o gli Stati Uniti o il suo popolo, bensì per sete di verità, portano alla luce gli spaventosi avvenimenti che furono conseguenza della Seconda Guerra mondiale (così come le enormità commesse come parte del modo in cui la guerra fu combattuta contro le popolazioni civili, sebbene questo non sia argomento che vogliamo investigare in questa sede). Quella Guerra gli americani la conoscono come “the good war” (3) e coloro che la combatterono sono noti come “the greatest generation” (4). Ma adesso, lentamente, veniamo colpiti da realtà così banali rispetto alla complessa esistenza umana: tanto vi fu che non era affatto “buono” e, insieme all’abnegazione ed agli intenti elevati, ci furono molta venalità e brutalità. Queste realtà vengono a galla perché esistono degli studiosi che, quantomeno, sono consapevoli che un oceano di propaganda bellica genera un mito che resta per vari decenni, e che hanno una dedizione per la verità che travolge le molte lusinghe di conformità al mito. Questo articolo inizia come una semplice recensione del libro di Giles MacDonogh(5), libro che appartiene per larga parte al genere di trasgressione al mito che ho appena elogiato. Tuttavia, poiché esiste materiale supplementare di grande valore di cui non posso non far parola, l’ho ampliato per comprendervi altre informazioni ed autori, benché esso rimanga soprattutto una recensione di After the Reich. Quello di MacDonogh è un libro sconcertante, al tempo stesso coraggioso e vile, per lo più (ma non del tutto) meritevole del grande elogio che si deve agli studiosi incorruttibili. Come già abbiamo osservato, il pubblico americano ha pensato a lungo allo sforzo bellico alleato nella Seconda Guerra mondiale come ad una “grande crociata” che opponeva il bene e la giustizia al male nazionalsocialista (6). Perfino dopo tutti questi anni è probabile che l’ultima cosa che il pubblico vuole è di apprendere che, sia gli alleati occidentali, che l’Unione Sovietica commisero enormi e indicibili torti durante la guerra e dopo. Sfida questa riluttanza MacDonogh che racconta la “storia brutale” per esteso. Questa propensione è encomiabile per il coraggio intellettuale che dimostra. Alla luce di ciò sconcerta che, nel momento stesso in cui lo fa, maschera la storia, proseguendo in parte, nella sostanza, nell’insabbiamento di pezzi di storia instaurato dall’incombere della propaganda bellica, per quasi due terzi del secolo. Perciò il grande valore del suo libro non è da ricercare nella sua completezza o nella rigorosa imparzialità, bensì nel fatto che fornisce una sorta di passaggio – quasi esauriente – che può avviare dei lettori scrupolosi verso una ulteriore ricerca su un argomento d’immensa importanza. Per questo articolo, sarà intanto significativo iniziare riassumendo la storia narrata da MacDonogh, aggiungendoci parecchio. Soltanto dopo averlo fatto esamineremo quanto MacDonogh occulta. Tutto ciò ci condurrà quindi ad alcune riflessioni conclusive. Nella sua prefazione, MacDonogh dichiara che il suo proposito è di “mostrare come gli alleati vittoriosi trattarono il nemico al momento della pace, in quanto nella maggior parte dei casi non si trattò di criminali che furono stuprati, affamati, torturati o bastonati a morte ma di donne, bambini e vecchi”. Sebbene ciò lasci intendere che il tono del libro è sdegnato, la narrazione è nel complesso informativa piuttosto che polemica. La produzione accademica di MacDonogh comprende vari libri di storia tedesca e francese e delle biografie (oltre a quattro testi sul vino). (7)

Le espulsioni (oggi definite "pulizia etnica").

MacDonogh ci racconta che, al termine della guerra “sedici milioni e mezzo di tedeschi furono cacciati dalle proprie case”. Nove milioni e trecentomila vennero espulsi dalla parte orientale della Germania, diventata Polonia. (Sia il confine orientale che quello occidentale della Polonia furono drasticamente spostati verso ovest per accordo fra gli alleati, con la Polonia che si prendeva una fetta importante della Germania e l’Unione Sovietica che afferrava la Polonia orientale). Gli altri sette milioni e duecentomila furono strappati dalle proprie terre ancestrali dell’Europa Centrale dove vivevano da generazioni. Questa espulsione di massa fu stabilita nell’accordo di Potsdam di metà 1945(8), anche se tale accordo prevedeva esplicitamente che la pulizia etnica avesse luogo “nel modo più umano possibile”. Churchill fu fra quelli che lo sostennero, in quanto avrebbe condotto “ad una pace durevole”. In realtà, questa operazione fu talmente inumana da equivalere ad una delle più grandi atrocità della storia. MacDonogh riferisce che “circa due milioni e duecentocinquantamila persone sarebbero morte durante le espulsioni”. Questa è la stima minima, in un intervallo che va da due milioni e centomila a sei milioni, se prendiamo in considerazione soltanto gli espulsi. Konrad Adenauer, troppo amico dell’occidente, riuscì a dire che fra gli espulsi “sono morti, spacciati, sei milioni di tedeschi”.(9) Vedremo il racconto di MacDonogh della fame e dell’esposizione al freddo estremo cui fu soggetta la popolazione della Germania nel dopoguerra, ed a questo punto vale la pena di menzionare (anche se va al di là dell’argomento espulsioni) ciò che dice lo storico James Bacque (10): “il confronto fra i censimenti ci rivela che fra l’ottobre del 1946 [un anno e mezzo dopo la fine della guerra] e il settembre del 1950 sono scomparse in Germania circa 5 milioni e settecentomila persone”.(11) Ciò che MacDonogh chiama “la più grande tragedia marittima di tutti i tempi” accadde quando la nave Wilhelm Gustloff (12), che trasportava i tedeschi da Danzica nel gennaio del 1945, fu affondata con “oltre 9.000 persone, fra cui molti bambini”. A metà del 1946 “delle foto mostrano alcuni dei 586.000 tedeschi di Boemia pigiati in delle auto come sardine”. In un altro passaggio MacDonogh ci racconta come “i rifugiati erano spesso così ammucchiati da non potersi muovere per defecare e così spuntavano dai veicoli coperti di escrementi. Molti, all’arrivo, erano morti”. [Questo ci richiama alla mente le scene descritte così vivacemente da Solzenicyn nel primo volume di “Arcipelago Gulag” (13)]. In Slesia, “fiumane di civili furono strappati dalle proprie case sotto la minaccia delle armi da fuoco”. Un sacerdote stimò che un quarto della popolazione tedesca di una città della Bassa Slesia si uccise, dato che intere famiglie si suicidarono insieme.

La condizione della popolazione tedesca: fame e freddo estremo.

I tedeschi parlano del 1947 come dell’Hungerjahr, l’ “anno della fame”, ma MacDonogh afferma che “perfino nel 1948 non si era posto rimedio al problema”. La gente mangiò cani, gatti, topi, rane, serpenti, ortica, ghiande, radici dei denti di leone (14) e funghi non ancora maturi in un frenetico tentativo di sopravvivere. Nel 1946 le calorie fornite nella “U.S. Zone” (15) in Germania calarono a 1.313 del 18 marzo dalle già scarse 1.550 precedenti. Victor Gollancz (16), uno scrittore ed editore inglese, ebreo, obiettava “stiamo affamando i tedeschi”.(17) Ciò concorda con la dichiarazione del senatore dell’Indiana Homer Capehart (18) in un discorso al Senato statunitense del 5 febbraio 1946: “Finora, per nove mesi, questa amministrazione ha portato deliberatamente avanti una politica per ridurre le masse alla fame”. (19) MacDonogh ci narra che la Croce Rossa, i Quaccheri, i Mennoniti ed altri volevano far entrare del cibo ma “nell’inverno del 1945 le donazioni furono respinte con la raccomandazione di utilizzarle in altre zone d’Europa straziate dalla guerra”. Nella zona americana (20) di Berlino “la politica statunitense era che nulla dovesse essere distribuito e tutto, al contrario, gettato via. Così le donne tedesche che lavoravano per gli americani erano fantasticamente ben nutrite ma non potevano portar nulla alle proprie famiglie ed ai bambini”. Bacque afferma che “alle agenzie di soccorso straniere fu impedito di inviare cibo dall’estero; i treni coi viveri della Croce Rossa vennero rimandati in Svizzera; a tutti i governi stranieri fu negata l’autorizzazione di mandare alimenti ai civili tedeschi; la produzione di fertilizzanti fu bruscamente ridotta. La flotta da pesca fu tenuta nei porti mentre la gente moriva di fame”. (21) Sotto l’occupazione russa della Prussica orientale, MacDonogh ravvisa “impressionanti analogie” con la “deliberata riduzione alla fame dei kulaki ucraini nei primi anni ‘30” ad opera di Stalin. Come era accaduto in Ucraina “furono riferiti casi di cannibalismo, con la gente che mangiava la carne dei propri figli morti”. La sofferenza per il freddo gelido unita alla fame per creare strazio e un elevato numero di morti. Anche se l’inverno 1945-’46 fu nella norma “la terribile penuria di carbone e di cibo furono sentiti intensamente”. Si abbatterono poi due inverni freddi in maniera anomala , nel 1946-’47 “forse il più freddo a memoria d’uomo” (22) e quello del 1948-’49. Nella sola Berlino si stima siano morte 60.000 persone nei primi dieci mesi dopo la fine della guerra e “l’inverno successivo si calcola ne abbia sterminate altre 12.000”. La gente viveva nelle buche fra le rovine e “alcuni tedeschi –in particolare rifugiati dall’Est- praticamente nudi”. Nel suo libro “Gruesome Harvest: The Allies' Postwar War Against The German People” (23) Ralph Franklin Keeling menziona una affermazione di un “famoso pastore tedesco”: “Migliaia di corpi sono appesi agli alberi nei boschi intorno a Berlino e nessuno si prende la briga di tirarli giù. Migliaia di corpi li portano nel mare l’Oder e l’Elba, non li si nota nemmeno più. Migliaia e migliaia muoiono di fame sulle strade. Bambini vagano da soli per le strade”. (24) Alfred-Maurice de Zayas (25), nel suo “The German Expellees: Victims in War and Peace” (26) raccontava come, in Yugoslavia, il maresciallo Tito usasse i campi come centri di sterminio per far morire di fame i tedeschi.(27)

Stupri di massa, cui si deve aggiungere il “sesso spontaneo” ottenuto dalle donne affamate.

Gli stupri furiosi delle truppe d’invasione russe sono, ovviamente, infami. In Austra, nella zona russa, “lo stupro fece parte della vita quotidiana fino al 1947 e molte donne contrassero delle malattie veneree e non ebbero i mezzi per curarsi”. MacDonogh scrive che “stime prudenziali collocano il numero delle donne violentate a Berlino a 20.000”. Quando gli inglesi arrivarono a Berlino, “gli ufficiali, in seguito, rievocavano la violenta emozione provata nel vedere i laghi della prospera zona occidentale pieni di corpi di donne che si erano suicidate dopo esser state violentate”. L’età delle vittime non faceva alcuna differenza: le donne stuprate avevano da 12 a 75 anni. Fra queste, infermiere e suore (alcune violentate anche cinquanta volte). “I russi erano particolarmente crudeli coi nobili, incendiavano le loro ville e violentavano o ammazzavano gli abitanti”. Benché “la maggior parte degli indesiderati figli dei russi venissero abortiti”, MacDonogh scrive che “si stima che da 150.000 a 200.000 ‘neonati russi’ siano comunque sopravvissuti”. I russi violentavano ovunque andassero, tanto che non furono soltanto le tedesche ad essere stuprate, ma anche donne ungheresi, bulgare, ucraine ed anche jugoslave, sebbene quest’ultime fossero dalla stessa parte. Esisteva una linea di condotta ufficiale contro la violenza carnale, ma era, solitamente, a tal punto ignorata che “fu solo nel 1949 che furono realizzate concrete azioni dissuasive nei confronti dei soldati russi”. Fino ad allora “furono incitati da [Ilya] Ehrenburg (28) e da altri propagandisti sovietici che vedevano lo stupro come espressione dell’odio”. Sebbene vi fosse una “incidenza molto estesa di stupri commessi da soldati americani”, esisteva anche una politica militare coercitiva contro di essi, con “diversi soldati americani giustiziati” per questo. I capi d’imputazione per stupro “salirono costantemente” durante gli ultimi mesi di guerra, ma calarono nettamente in seguito. Ciò che invece continuò fu probabilmente quasi peggiore: lo sfruttamento sessuale di donne affamate le quali vendevano “volontariamente” i propri corpi in cambio di cibo. In “Gruesome Harvest”, Keeling cita da un articolo apparso sul Christian Century (29) del 5 dicembre 1945: “Il comandante della Polizia Militare americana ha dichiarato che la violenza carnale non rappresenta un problema per loro in quanto ‘un po’ di cibo, una barretta di cioccolata o un pezzo di sapone rendono inutile lo stupro’ “. (30) Le dimensioni del fenomeno sono dimostrate dalla cifra che MacDonogh fornisce, di “94.000 Besatzungskinder (31) o ‘bambini dell’occupazione’, stimati, [che] nacquero nella zona americana”. Egli scrive che nel 1945-’46 “molte ragazzine ricorsero alla prostituzione per sopravvivere. Ed anche i ragazzi assolsero lo stesso compito per i soldati alleati”. Keeling, scrivendo nel 1947 per la pubblicazione del proprio libro [in tal modo si spiega l’uso del presente nella frase], diceva che c’era “una impennata di malattie veneree tale da raggiungere proporzioni epidemiche” e proseguiva scrivendo che “una larga parte dell’infezione è stata originata dalle truppe americane di colore che noi abbiamo collocato in gran numero in Germania e fra le quali la percentuale di infezioni veneree è molte volte più alta che non fra le truppe bianche”. Nel luglio del 1946, aggiunge, la percentuale annua per i soldati bianchi ammonta al 19%, per i neri sale al 77,1%. Ripete quindi ciò che noi stiamo qui dimostrando, quando mette in evidenza “lo stretto legame fra il tasso di malattie veneree e la disponibilità di cibo”. (32) Se MacDonogh menziona stupri commessi da soldati britannici, a me è sfuggito. Egli però racconta di violenze carnali di polacchi, francesi, partigiani di Tito e profughi. A Danzica “i polacchi si comportarono tanto duramente quanto i russi. Furono i polacchi a liberare (33) la città di Teschen (34), nel nord [della Cecoslovacchia] il 10 di maggio. Per cinque giorni essi stuprarono, saccheggiarono, incendiarono e uccisero”. Scrive del “comportamento dei soldati francesi a Stoccarda, dove forse 3.700 donne ed otto uomini furono violentati” ed aggiunge che “altre 500 donne [furono] stuprate a Vahingen(35) e riferisce dei “tre giorni di uccisioni, saccheggi, incendi e stupri” avvenuti a Freundenstadt.(36) Sui fuggiaschi dice che “c’erano circa due milioni di prigionieri di guerra e lavoratori coatti provenienti dalla Russia che avevano costituito delle bande che rubavano e violentavano in tutta l’Europa centrale”.

Trattamento dei prigionieri di guerra.

In tutto, ci furono approssimativamente undici milioni di pionieri di guerra tedeschi. Un milione e mezzo non tornarono mai a casa. Qui MacDonogh esprime il proprio giusto sdegno: “Fu scandaloso trattarli con così scarsa cura che un milione e mezzo di loro morirono”. La Croce Rossa non ebbe alcun incontro faccia a faccia con quelli che erano detenuti dai russi, in quanto l’Unione Sovietica non aveva firmato la Convenzione di Ginevra. MacDonogh afferma che i russi non facevano alcuna distinzione fra civili e prigionieri di guerra tedeschi, anche se sappiamo che un rapporto del KGB li selezionava per mandarli a morte o per altri scopi. Alla fine della guerra, i russi ne detenevano da quattro a cinque milioni in Russia (e qui, di nuovo, gli archivi del KGB vale la pena di consultarli, come ha fatto lo storico James Bacque; essi registrano la cifra di 2.389.560 prigionieri). Un gran numero fu detenuto per oltre dieci anni, e furono rimandati in Germania soltanto dopo la la visita di Konrad Adenauer a Mosca nel 1956.(37) Ciononostante, nel 1979 –34 anni dopo la fine della guerra!- “si riteneva ci fossero 72.000 prigionieri ancora in vita, principalmente in Russia”. A Stalingrado furono catturati circa 90.000 soldati tedeschi, ma soltanto 5.000 fecero ritorno a casa. Gli americani fecero una distinzione fra i quattro milioni e duecentomila soldati catturati durante la guerra, cui le Convenzioni de L’Aia e di Ginevra davano diritto alla protezione ed ai mezzi di sussistenza, ed i tre milioni e quattrocentomila catturati in Occidente alla fine della guerra. MacDonogh dice che questi ultimi furono classificati come “Surrendered Enemy Persons" (SEP) o come "Disarmed Enemy Persons" (DEP), (38) cui furono negate le tutele delle due Convenzioni. Non fornisce la cifra totale di quelli che morirono mentre erano in custodia americana, dicendo “non è chiaro quanti soldati tedeschi morirono di fame”. Rivela, comunque, varie situazioni: “I più famigerati campi americani per prigionieri di guerra erano i cosiddetti Rheinwiesenlager”. (39) Qui gli americani, lasciarono che “oltre 40.000 soldati tedeschi morissero di fame abbandonati nei fangosi pantani del Reno”. Scrive che “qualsiasi tentativo della popolazione civile tedesca di dar da mangiare ai prigionieri era punito con la morte”. Sebbene la Croce Rossa fosse autorizzata alle ispezioni, “il filo spinato che circondava i campi dei SEP e dei DEP era impenetrabile”. Altrove, alle “caserme del Genio di Worms c’erano 30-40.000 prigionieri seduti nel cortile, che si spingevano per farsi spazio, senza alcuna protezione dalla pioggia che li gelava”. I prigionieri morivano di fame a Langwasser (40) e nel “famigerato campo” di Zuffenhausen (41) dove “per mesi il pranzo consisté in zuppa di rape, con mezza patata per cena”. Sarebbe un errore ritenere che una carenza mondiale di cibo fosse all’origine dell’impossibilità statunitense di dar da mangiare ai prigionieri. Bacque scrive che “il capitano Lee Berwick del 424° Fanteria, che comandava le sentinelle del campo di Bretzenheim (42), mi disse che ‘il cibo era accatastato tutto intorno alla recinzione del campo’. I prigionieri vedevano le casse impilate ‘alte come case’ ”. (43) Uno dei 19 campi di concentramento americani sul Reno, l’A2 di Remagen in Renania-Palatinato, a fine aprile 1945. Si nota bene l’assenza di baracche o altri ricoveri (che la democrazia non ne conosca l’uso?). Ciò che ci dice MacDonogh sul trattamento dei prigionieri di guerra da parte degli inglesi appare discordante. In Gran Bretagna c’erano 391.880 prigionieri al lavoro nel 1946 ed un totale di 600 campi nel 1948. Egli scrive che “il regime non era così duro e in termini percentuali il numero di uomini che morirono mentre erano in prigionia britannica è sorprendemente basso rispetto a quello degli altri alleati”. Tuttavia altrove racconta come “gli inglesi riuscirono ad eludere [le clausole della Convenzione di Ginevra] che prevedeva di fornire da 2.000 a 3.000 calorie al giorno”, così che “per la maggior parte del tempo il livello scese sotto le 1.500 calorie”. Gli inglesi avevano un campo di prigionia in Belgio che “era noto per essere particolarmente massacrante”. Laggiù “si riferisce che le condizioni dei 130.000 prigionieri non fossero ‘molto meglio di quelle di Belsen’. (44) Quando il campo fu ispezionato nell’aprile del 1947 si trovarono appena quattro lampadine funzionanti; non c’era combustibile, né pagliericci e neppure cibo, a parte la ‘minestra d’acqua’”. Un servizio della Reuters del dicembre 2005 aggiunge una significativa dimensione: “Secondo il Guardian, gli inglesi gestirono un carcere segreto in Germania per due anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale dove i reclusi, compresi membri del Partito Naz(ionalsocial)ista, furono torturati e fatti morire di fame.(45) Citando dei dossier del Foreign Office, resi pubblici in seguito ad una richiesta ai sensi del Freedom of Information Act (46), il quotidiano scrive che la Gran Bretagna ha detenuto uomini e donne [sic] in una prigione di Bad Nenndorf fino al luglio del 1947. Il giornale riferisce di ‘Minacce di giustiziare i prigionieri, oppure di arrestare, torturare e uccidere le loro mogli e i loro figli erano considerate “del tutto appropriate” in quanto mai furono attuate’”. (47) I francesi pretesero lavoratori tedeschi per ricostruire il paese, ed a questo scopo inglesi ed americani cedettero loro circa un milione di soldati tedeschi. MacDonogh dice che “il loro trattamento fu particolarmente brutale”. Non molto tempo dopo la fine della guerra, secondo la Croce Rossa, 200.000 prigionieri morivano di fame. Siamo informati di un campo “nella Sarthe [dove] i prigionieri dovevano sopravvivere con 900 calorie al giorno”. (48)

Il saccheggio dell’economia tedesca (49).

I capi alleati non erano d’accordo fra loro sul Piano Morghentau (50) per spogliare la Germania del suo patrimonio industriale e trasformarla in un paese agricolo. L’opposizione di alcuni e l’esitazione di altri, tuttavia, non impedì che de facto il piano venisse attuato. Quando la confisca fu conclusa, la Germania era in larga misura priva di mezzi produttivi. MacDonogh afferma che sotto i russi “Berlino perdette circa l’85% della propria capacità industriale”. Da Vienna venne portata via ogni macchina. Dal Danubio fu sottratto il naviglio e “una delle priorità sovietiche fu la confisca di qualsiasi importante opera d’arte trovata nella capitale [Vienna]. Questa fu un’operazione totalmente pianificata”. Però “peggiore del completo trasferimento della base industriale fu il rapimento di uomini e donne per sviluppare l’industria in Unione Sovietica”. Sotto gli americani, lo smantellamento dei siti industriali proseguì finché il generale Lucius Clay (51) non lo fermò un anno dopo la fine della guerra. Fino all’azione di Clay, il Piano Morghentau era incarnato dalla Disposizione n. 6 dell’Ordine 1067 (529 del Joint Chiefs of Staff (53). MacDonogh dice che dove “il furto degli ufficiali americani fu perpetrato su scala massiccia” fu nel “sequestrare scienziati ed impadronirsi di attrezzature scientifiche”. Gli inglesi presero molto per se e passarono altro patrimonio industriale agli “stati clienti” come la Grecia e la Jugoslavia. La famiglia reale britannica ricevette lo yacht di Goering (54) e la zona britannica della Germania fu spogliata degli “stabilimenti che potevano in seguito entrare in competizione con le industrie britanniche”. MacDonogh scrive che “gli inglesi ebbero la propria tipologia di furto organizzato con la [cosiddetta] T-Force, che cercava di racimolare qualsiasi ingegno industriale”. (55) Da parte loro i francesi sostennero “il diritto alla razzia”. “La Francia non esitò ad appropriarsi di un’azienda di clorati a Rheinfelden, una di viscosa a Rottweil, delle miniere Preussag e dei gruppi chimici Rhodia”, e di molto altro ancora. (56) Se il Piano fosse stato realizzato del tutto per un lungo periodo di tempo, gli effetti sarebbero equivalsi ad una calamità. Keeling, in “Gruesome Harvest”, scrive che tentare “la distruzione permanente del cuore industriale tedesco” avrebbe avuto come “conseguenza ineluttabile la morte per fame e malattia di milioni, decine di milioni di tedeschi”. (57)

Il rimpatrio forzato dei russi per Stalin.(58)

Il libro di MacDonogh si limita all’occupazione alleata, però ci sono, naturalmente, molti altri aspetti del dopoguerra che meritano d’esser menzionati, anche se qui ci limiteremo ad uno solo di questi. (Anche MacDonogh ne fornisce alcuni dettagli). Riguarda il rimpatrio alleato in Unione Sovietica dei Russi catturati. Nel suo “The Secret Betrayal” (59) Nikolai Tolstoy racconta come, fra il 1943 ed il 1947, furono “restituiti” un totale di 2.272.000 Russi. I sovietici ne raccolsero altri 2.946.000 in varie parti d’Europa conquistate dall’Armata Rossa. Quelli mandati in Unione Sovietica dalle democrazie occidentali comprendevano migliaia di zaristi (60) emigrati che non avevano mai vissuto sotto il regime sovietico. (61) Tolstoy scrive che, anche se erano in molti quelli che volevano davvero tornare in Russia (mentre molti altri si opponevano disperatamente e ci furono mandati, in effetti, fra le violenze e le grida), tutti, senza distinzione, vennero trattati brutalmente, giustiziati, violentati o resi schiavi. Alcuni dei rimpatriati erano russi che avevano combattuto per la Germania da volontari contro l’Unione Sovietica, comandati dal generale Vlasov.(62) Il Generale Vlasov nel 1943 Alcuni erano Cosacchi, molti dei quali non erano neppure cittadini sovietici. (63) Il violento rimpatrio ebbe inizio nell’agosto 1945. Tolstoy narra come, per obbligarli al trasferimento, siano stati impiegati l’inganno, le bastonate, le baionette e perfino la minaccia di usare un carro lanciafiamme. (64)

La giustizia dei vincitori.

Quando la guerra terminò c’era unanimità fra i capi alleati sul fatto che i capi Naz(ionalsocial)isti fossero messi a morte. Alcuni volevano una esecuzione immediata, altri “una corte marziale straordinaria”. Ci fu un inaspettato vantaggio nell’insistenza degli inglesi a seguire le “formalità legali”, come fu poi deciso. Il risultato fu una serie di processi coi trabocchetti dei normali procedimenti giudiziari, che però furono di fatto una parodia dal punto di vista del “principio della legalità”, mancando sia dello spirito che dei particolari del “giusto processo”. In due capitoli, MacDonogh fornisce un resoconto del principale processo di Norimberga e della serie di processi che si ebbero in seguito, per anni. Fra questi, gli americani celebrarono vari processi a Norimberga, dopo il principale; davanti ai “tribunali per la denazificazione” (65) furono giudicate migliaia di cause; dopo la loro entrata in funzione i tribunali tedeschi continuarono i processi e, naturalmente, sappiamo del processo in Israele e dell’eseczione di Eichmann. (66) Vi sono molti motivi per chiamarla “giustizia dei vincitori”. Perché se fosse stato altrimenti, un tribunale veramente imparziale avrebbe dovuto essere convocato in qualche parte del mondo (ammesso che una cosa simile fosse stata possibile subito dopo una guerra mondiale) ed avrebbe dovuto procedere contro i crimini di guerra commessi da tutte le parti combattenti. Ma ovviamente sappiamo che una forma di giustizia tanto imparziale non era neppure contemplata. Nell’atto d’incriminazione di Norimberga i Naz(ionalsocial)isti erano accusati del massacro del corpo ufficiali polacchi della foresta di Katyn, imputazione che fu discretamente (e con grande disonestà intellettuale e “giudiziaria”) tralasciata nel giudizio finale, dopo che era divenuto chiaro a tutti che erano i sovietici ad aver commesso la strage. (67) Un altro dei molti altri esempi possibili sarebbe quello relativo alle deportazioni Naz(ionalsocial)iste addebitate a Norimberga sia come crimine di guerra che come crimine contro l’umanità. Per converso, nessuno fu mai “assicurato alla giustizia” per l’espulsione alleata dei milioni di tedeschi dalle loro terre ancestrali dell’Europa centrale.

Una fonte che i lettori troveranno istruttiva.

Per la credibilità della fonte, il resoconto dell’ex-maggiore dell’aeronautica militare statunitense Arthur D. Jacobs nel suo libro “The Prison Called Hohenasperg” (68) sarà utile ai lettori quanto lo è assimilare (e valutare) le informazioni contenute nel libro di MacDonogh e quelle degli altri autori cui abbiamo qui rinviato. E’ prezioso sia come storia della brutalità che della compassione americane. Jacobs prestò servizio in aeronautica per ventidue anni, si congedò nel 1973 ed in seguito insegnò alla Arizona State University per altri vent’anni. (69) Il libro racconta la sua storia personale: i suoi genitori, tedeschi, emigrarono negli Stati Uniti nel 1928 e nel 1929. Ebbero due figli, nati a Brooklyn (perciò cittadini statunitensi) e uno di loro era Arthur Jacobs. I ragazzi vissero i loro primi anni a Brooklyn, dove frequentarono la scuola elementare. La famiglia fu presa e trattenuta ad Ellis Island (70) verso la fine della guerra e fu quindi detenuta per sette mesi nel campo d’internamento di Crystal City, in Texas (71), dove fu trattata bene. Poi furono “rimpatriati volontariamente” in Germania (dopo esser stati minacciati di deportazione) nell’ottobre del 1945, vari mesi dopo la resa tedesca. Quando arrivarono in Germania la madre di Jacobs fu inviata in un campo, il padre ed i due figli in un altro. Questi ultimi raggiunsero un campo d’internamento a Hohenasperg (72), dopo un viaggio di 92 ore rinchiusi in un carro merci con un freddo glaciale, insieme a donne e bambini e, soprattutto, a pane e acqua e “senza calore, senza coperte e senza gabinetti a parte un fetido bugliolo all’aperto”. Jacobs stesso aveva dodici anni e compì il tredicesimo nella settimana in cui era a Hohenasperg, prima di essere mandato in un altro campo a Ludwigsburg. (73) Nel carcere di Hohenasperg fu sottoposto ad una severa disciplina come un qualunque prigioniero e le guardie lo minacciarono ripetutamente di impiccarlo se avesse disobbedito. Il campo di Ludwigsburg in effetti era un centro di detenzione in attesa del rilascio. E’ istruttivo quanto Jacobs ci racconta della misera dieta: “A colazione ci davano un bicchiere di latte ‘grigio’ e una fetta di pane scuro. A mezzogiorno non c’era pasto”. A cena “ognuno riceveva una scodella di minestra…, per lo più acqua aromatizzata col dado. Nessuna seconda porzione. Sentivo sempre i morsi della fame”. Mentre erano internati a Ludwigsburg, lui ed i suoi fratelli erano costretti a guardare dei film sui “campi di sterminio” (74) tedeschi. La madre, il padre ed i fratelli furono rilasciati dai rispettivi campi a metà marzo del 1946 ed andarono a vivere coi nonni di Jacobs nella zona sotto controllo britannico. Non erano i benvenuti fra i tedeschi che incontravano, in quanto “eravamo altre quattro bocche da sfamare”. Jacobs vide che “la Germania era logorata dalla guerra e affamata”. Fu aiutato da un soldato americano che gli trovò un lavoro al “Graves Registration” (75). Perse il lavoro quando quel soldato fu trasferito ed iniziò una lotta per “vivere nel periodo in cui si moriva di fame, l’inverno del 1946-1947”. Dopo molto girare, ebbe un altro lavoro con l’Esercito americano, stavolta nella flotta militare. A lui si interessò una donna americana che conosceva una coppia in una fattoria del Kansas sud-occidentale che li avrebbe condotti in America a vivere con loro. Pertanto, Jacobs e suo fratello partirono per gli Stati Uniti nell’ottobre del 1947. Erano stati in Germania per 21 mesi. Trascorsero undici anni prima che Jacobs potesse rivedere i genitori. Tirò avanti e, come abbiamo detto, riuscì a diventare ufficiale di carriera nell’aeronautica militare statunitense. Dopo aver conseguito l’MBA (76) all’Università Statale dell’Arizona, divenne ingegnere industriale e più tardi docente della stessa Università.

Se MacDonogh ha scritto tutto ciò che abbiamo riferito (ed altro ancora) del suo libro, come si può sostenere che egli prosegue in modo significativo nell’occultamento di tali orrori, un occultamento che dal 1945 li ha consegnati al dimenticatoio? Questa domanda ci conduce ai difetti del libro, che sono di una natura tale da dare ai lettori una comprensione ridotta delle dimensioni delle atrocità e dei loro responsabili. Ciò che passa di più il segno è il trattamento che MacDonogh riserva al lavoro dello storico canadese James Bacque, autore di “Other Losses” (77) e “Crimes and Mercies”. Quando rimanda al primo di questi libri, dice che Bacque “asseriva che i francesi e gli americani avessero ucciso un milione di prigionieri di guerra”, una affermazione che “fu definita un lavoro di ‘mostruosa speculazione’ e fu rigettata da uno storico americano come una ‘tesi assurda’”. Secondo MacDonogh “da allora è stato provato che Bacque fraintese, nei documenti alleati, le parole ‘other losses’ e ne intese avessero il significato di ‘deaths’”. (78) Perciò parla di “falsa pista di Bacque”. Egli respinge tanto decisamente la tesi di Bacque che nella pagina sulle ulteriori letture consigliate, alla fine del libro, MacDonogh apparentemente si scorda del tutto di Bacque, dicendo che “sul trattamento dei prigionieri di guerra non esiste niente in inglese e il principale esperto americano –Arthur L. Smith- pubblica in tedesco”. (79) Pensavo fosse giusto chiedere a Bacque cosa rispondeva al rigetto di MacDonogh. Bacque mi ha risposto che “la speculazione sulle parole rappresenta bene i miei critici, perché loro non sono stati in tutti i maggiori archivi e non hanno intervistato le migliaia di sopravvissuti che hanno scritto ai giornali, ai giornalisti televisivi e ad altri scrittori sulle loro esperienze vicine alla morte nei campi degli americani, dei francesi e dei russi”. Lungi dall’ammettere di aver mal interpretato la categoria delle “other losses”, Bacque afferma che “il significato del termine mi fu chiarito dal colonnello Philip S. Lauben, dell’esercito degli Stati Uniti, responsabile dei movimenti dei prigionieri per lo SHAEF nel 1945. (80) Ho l’intervista su nastro e la firma di Lauben su una lettera di conferma. Lauben non ha mai negato ciò che mi riferì”. In seguito Lauben dichiarò alla BBC che “si era sbagliato”, però la probabilità di un errore è esile dal momento che era l’ufficiale responsabile fin dall’inizio e vide sia i campi che i documenti. La differenza fra il trattamento che riservano MacDonogh e Bacque alla questione dei prigionieri di guerra tedeschi in mani americane è solo apparente, non appena si confronta l’interesse che ognuno riserva alla limitazione del cibo. MacDonogh riferisce in un passaggio che “qualsiasi tentativo della popolazione civile tedesca di dar da mangiare ai prigionieri era punito con la morte”. Ciò è sbalorditivo di per se e certamente non ha bisogno di spiegazioni. Bacque ci racconta parecchio di più: “Il generale Eisenhower inviò un ‘corriere urgente’ per tutta la vasta area ai suoi ordini dichiarando che per i civili tedeschi era un reato punibile con la morte dar da mangiare ai prigionieri. Ed era un reato da pena di morte anche accumulare del cibo in qualche luogo per portarlo ai prigionieri”. Scrive che “l’ordine fu inviato in Germania ai governi provinciali, con l’ordine di trasmetterlo immediatamente alle amministrazioni locali. Copie dell’ordine sono state recentemente scoperte in vari villaggi nei pressi del Reno”. (81) Alle pagine 42-43 di “Crimes and Mercies” Bacque pubblica una copia in tedesco e in inglese di una lettera datata 9 maggio 1945, in cui viene notificata tale proibizione agli ufficiali del distretto. Bacque fornisce prove come quella del professor Martin Brech di Mahopac, all’estrema periferia di New York, che fu guardiano del campo americano di Aldernach in Germania (82). Brech racconta che “passò alcune fette di pane attraverso il filo spinato, ma l’ufficiale suo superiore gli disse ‘Non dargli da mangiare. La nostra politica è che questi uomini non mangino’”. “Dopo, la notte, Brech portò di nascosto un altro po’ di cibo nel campo e l’ufficiale gli disse ‘Se lo fai ancora, ti faccio fucilare’”. Così troviamo in Bacque una descrizione più nitida e una maggiore attribuzione di responsabilità che non in MacDonogh. Alla luce dell’enorme quantità di dettagli forniti dal libro di MacDonogh, ciò sarebbe perdonabile se non fosse per il suo tentativo di cancellare il lavoro di uno studioso di grande importanza che ha analizzato l’argomento in maniera esauriente. Una soppressione del genere riduce la comprensione del lettore di altri importanti argomenti che MacDonogh tratta con tale brevità che il lettore può a stento farsi un’idea completa. Per esempio, MacDonogh racconta di come, durante l’esecuzione di Joachim von Ribbentrop a Norimberga (83) “il boia pasticciò l’esecuzione e la corda strangolò l’ex-ministro degli esteri per venti lunghi venti minuti prima che spirasse”. Nel suo libro “Nuremberg: The Last Battle” (84), lo storico David Irving racconta parecchio di più, compreso il fatto che la forca era stata progettata in modo da permettere alla botola di ruotare all’indietro e spezzare “qualsiasi osso” dei visi di Keitel, Jodl e Frick. Dice ancora che il corpo di Goering (dopo che si era suicidato assumendo del veleno) “fu trascinato nella stanza dell’esecuzione [dove] i medici militari [fecero] frenetici tentativi di rianimarlo perché lo si potesse impiccare”. Ci sono un gran numero di punti in cui MacDonogh dice la metà di qualcosa d’importante, solo per lasciare l’argomento incompleto. Abbiamo già rilevato il suo accenno ai “30-40.000 prigionieri seduti nel cortile [alle caserme del Genio di Worms], che si spingevano per farsi spazio, senza alcuna protezione dalla pioggia che li gelava”. Ci lascia solo indovinare le conseguenze del congelamento. In un altro punto, riferisce che “gli americani mantennero in piedi campi per oltre un milione e mezzo di Naz(ionalsocialisti)isti o membri della SS”. Questa è la sua unica menzione in merito a questi campi, che si può supporre fossero perfino maggiormente punitivi degli altri. MacDonogh era troppo oberato da altri dettagli per proseguire ulteriormente su tale argomento? Non è che si astiene deliberatamente dall’esplorare certe cose? O forse l’omissione è dovuta a come i dettagli venivano fuori, frammentari come la scarica di un fucile a pallettoni? Al lettore occorrerà valutare fino a che punto “After the Reich” sia il lavoro di uno studioso eminente oppure un racconto di narrativa popolare. (85) Il libro di MacDonogh annovera molte pagine di note finali e cita un gran numero di fonti. Di rado si esprime criticamente su una data fonte. Ma nella maggior parte dei casi accoglie qualsiasi cosa una certa fonte abbia da dire. Al libro avrebbe giovato molto un saggio bibliografico in cui l’autore valutasse le fonti principali, condividendo col lettore una analisi accurata della base probatoria per la sua narrazione. Un esempio in cui è essenziale una valutazione critica è nel suo rimando a quel che ha da dire Ilse Koch (86) sui “paralumi e i trofei realizzati con pelle e organi umani”: MacDonogh dice che lo psicologo Saul Padover afferma gli sono stati mostrati. (87) Vorremmo sapere cosa concluderebbe MacDonogh se dovesse valutare la contro-prova che proclama la collezione di paralumi una “leggenda”. Altrettanto dicasi per le molte citazioni di MacDonogh del libro di Raul Hilberg “The Destruction of the European Jews”. (88) Esiste una vasta letteratura accademica che contesta ogni aspetto dell’“Olocausto”. (89) Leggendo MacDonogh non si verrebbe mai a sapere che esiste quella letteratura, o perché lui non la conosce oppure perché trova più prudente, come molti fanno, non menzionarla. Nonostante le sue limitazioni, “After the Reich” realizza molto, laddove fornisce un ulteriore collegamento nella catena delle rivelazioni che, nel tempo, consentono ai lettori scrupolosi una comprensione più completa della storia moderna. Il fatto che, all’epoca dei fatti e per così tanti decenni successivi, mostruosità della più grande importanza siano state lavate via dalla propaganda suggerisce che vi siano delle implicazioni molto al di là degli eventi stessi. Il primo ministro britannico Benjamin Disraeli (90) osservava che “tutti i grandi eventi sono stati distorti, la maggior parte delle cause importanti occultate” e proseguiva dicendo che “Se la storia d’Inghilterra sarà mai scritta da qualcuno che abbia consapevolezza e coraggio, il mondo ne rimarrà sbalordito”(91). Le implicazioni suggeriscono domande profonde di cui sarebbe negligenza non far menzione: Com’è che una certa versione della realtà può, su così tante materie, avere un dominio quasi totale, mentre le voci di milioni di persone e di un buon numero di studiosi seri vengono emarginate nel nulla? (Fortunatamente, per quanto interessa il lavoro di Bacque, esso è reperibile in dodici lingue e in tredici paesi, sebbene a lungo non sia stato disponibile negli Stati Uniti). Sappiamo davvero la verità su molte cose? Oppure sono innumerevoli gli argomenti celati in un miasma di omissioni e travisamenti? Dove sono i nostri storici accademici? Alla maggior parte di loro piace fornirci miti gradevoli, che è ciò che ci aspetta da loro, e per questo essi sono ricompensati con medaglie, premi e vendite elevate dei loro libri. Quanto è pervasiva una viltà che pone pressoché tutto avanti alla ricerca della verità? Al genere umano importa davvero profondamente della verità? Fino a che punto una società o un’epoca sono “democratiche” se le menti dei propri cittadini sono piene di fantasmi, cosicché la maggior parte dei loro giudizi sono o sciocchi o manovrati? E fino a che punto sono “democratiche” se quei cittadini non hanno neppure voce in capitolo nelle decisioni della più grave importanza? (92) E’ significativo ciò che scrive Keeling: “nella storia moderna nessun popolo di nessuna nazione, noi compresi, ha mai avuto una voce rilevante nel prendere le grandi decisioni, e sull’andare in guerra, e sul comporre gli accordi di pace”(93).

Traduzione a cura di Fabrizio Rinaldini.

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1 (NdT) Link alla recensione: http://www.gnosticliberationfront.com/book_review_article.htm

2 (NdT) Per maggiori informazioni sul professor Dwight D. Murphey, autore della recensione, vedi:

http://www.dwightmurphey-collectedwritings.info/InfoReDDM.htm

3 (NdT) “La Guerra Buona”. Col libro "The Good War: An Oral History of World War Two" lo scrittore ed attore ebreo americano Louis "Studs" Terkel (1912 – 2008) ha vinto il Premio Pulitzer nel 1985.

4 (NdT) “La generazione più grande”.

5 (NdT) Per maggiori informazioni sull’autore di “After the Reich”, Giles MacDonogh, vedi:

http://www.macdonogh.co.uk/experience.htm

6 (NdT) “Nazi” nell’originale. Il traduttore – per principio - non usa la parola “nazista”.

7 (NdT) Vedi: http://www.macdonogh.co.uk/experience-books.htm

8 (NdT) L'accordo (Potsdam Agreement) fra Gran Bretagna, Stati Uniti ed Unione Sovietica fu stipulato durante la Conferenza di Potsdam del 17 luglio-2 agosto 1945 e fu firmato dai "soliti" Winston Churchill, Harry Truman e Josef Stalin. Chi lo desidera può consultare il bestiale diktat in lingua inglese al sito: http://www.pbs.org/wgbh/amex/truman/psources/ps_potsdam.html

9 Adenauer è citato in James Bacque, "Crimes and Mercies: The Fate of German Civilians Under Allied Occupation, 1944-1950" (Boston, Little, Brown and Company (Canada) Limited, 1997), pag. 119. I lettori possono consultare anche Theodore Schieder (a cura di), "The Expulsion of the German Population from the Territories East of the Oder-Neisse-Line" (Bonn, Ministero Federale degli Espulsi, Rifugiati e Vittime di Guerra, 1958). Alfred-Maurice de Zayas è autore di altri tre libri su questo argomento: "The German Expellees: Victims in War and Peace" (New York, St. Martin's Press, 1986); "A Terrible Revenge: The Ethnic Cleansing of the East European Germans, 1944-50" (New York, St. Martin's Press, 1994) e "Nemesis at Potsdam: The Expulsion of the Germans from the East" (Lincoln, University of Nebraska Press, 1988).

10 (NdT) James Bacque, storico canadese, nato nel 1929. Di lui, in italiano, si può leggere “Gli altri lager”, Mursia, 1993, sullo sterminio dei prigionieri di guerra tedeschi nei campi alleati. Interessante anche "Did the Allies Starve Millions of Germans?" (http://www.serendipity.li/hr/bacque01.htm ) che si può trovare tradotto col titolo "GLI ALLEATI HANNO FATTO MORIRE DI FAME MILIONI DI TEDESCHI?" al link

http://andreacarancini.blogspot.com/2009/03/james-bacque-parla-del-piano-morgenthau.html

11 (NdT) Purtroppo questa nota non è presente nel testo originale. E’ comunque presumibile che la frase sia tratta dal libro di James Bacque citato nella nota precedente.

12 (NdT) Wilhelm Gustloff (1896-1936), uno dei primi membri del Partito fin dal 1923. Lavorava presso il Servizio metereologico tedesco a Davos, in Svizzera, e ricopriva la carica di Landesgruppenleiter della NSDAP. Fu ucciso dall'ebreo Frankfurter il 4 febbraio del 1936. Ebbe funerali di Stato nella sua città natale, Schwerin, ai quali partecipò il Führer che decise di dedicare a lui la nave da crociera della Kraft durch Freude (Kdf) varata l'anno successivo. La “Wilhelm Gustloff” stazzava 25.484 tonnellate, era lunga 208 metri e raggiungeva i 15 nodi e mezzo. L'altra nave per le vacanze dei lavoratori tedeschi era la “Robert Ley” (204 metri, 27.288 tonnellate, 15 nodi e mezzo, 1.470 passeggeri). La KdF controllava inoltre: la “Berlin” (15.286 tonnellate), la “Columbos” (32.000), la “Der Deutsche” (11.430), la “Dresden” (14.500), la “Monte Olivia” (14.000), la “Monte Sarmento” (14.000), la “Oceana” (8.791), la “Sierra Cordoba” (11.469) e la “Stuttgart” (13.400). Tutte, ricordiamolo, per le crociere dei lavoratori.

13 (NdT) Aleksandr Solzenicyn, "Arcipelago Gulag", tre volumi, Mondadori, 1974-1975-1978.

14 (NdT) Taràssaco comune (taraxacum officinale).

15 (NdT) Zona occupata dagli Stati Uniti.

16 Sir Victor Gollancz (1893 – 1967), socialista, scrittore ed editore, nipote del rabbino Sir Hermann Gollancz. I

due libri citati nella nota successiva sono rispettivamente del 1946 e del 1947.

17 Vedi i due libri di Victor Gollancz sul trattamento dei rifugiati: "Our Threatened Values" e "In Darkest Germany".

18 Homer Earl Capehart (1897–1979), uomo d'affari e politico, repubblicano, senatore dal 1945 al 1963.

19 Capehart é citato da Ralph Franklin Keeling in "Gruesome Harvest: The Allies' Postwar War Against The German People", (Torrance, CA, Institute for Historical Review, 1992), pag. 64. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1947 dall'Institute of American Economics di Chicago.

20 (NdT) La traduzione è letterale. Meglio sarebbe scrivere “Nella zona di Berlino occupata dagli americani”.

21 Bacque, "Crimes and Mercies...", cit., pag. 91.

22 (NdT) Per rendersi conto di cosa fu quell’inverno, vedi: http://meteolive.leonardo.it/meteolive-notizia-19099-il_gelido_inverno_1946_1947.html
23 (NdT) "L’orribile vendemmia: la guerra post-bellica degli alleati contro il popolo tedesco”. Fra le varie edizioni di questo libro segnaliamo quella della Liberty Bell Publications del 2004 di 152 pagine, ISBN: 978-1593640088, in lingua inglese.

24 Keeling, "Gruesome Harvest...", cit., pag. 64.

25 (NdT) Alfred-Maurice de Zayas (nato nel 1947 a Cuba), avvocato, storico e scrittore, è attualmente docente di diritto internazionale alla "School of Diplomacy and International Relations" di Ginevra.

26 (NdT) "I tedeschi espulsi: vittime della guerra e della pace", Palgrave Macmillan, 1993, pagine 177, ISBN: 978-0312090975, in lingua inglese.

27 Zayas, de, "The German Expellees...", cit., pag. 97.

28 (NdT) Ilya Grigoryevich Ehrenburg (1891–1967), lo scrittore e giornalista ebreo che in un volantino propagandistico scritto di suo pugno ed intitolato, con impeccabile chiarezza programmatica, “Uccidete!”, incitava i soldati sovietici a trattare i tedeschi dei paesi conquistati come esseri subumani. Il volantino si concludeva con queste parole: “I tedeschi non sono esseri umani. Da oggi in poi, la parola “tedesco” sarà la più orribile delle maledizioni. Da oggi in poi la parola “tedesco” sarà per noi una ferita nella carne viva. Noi non abbiamo niente da discutere. Noi non proveremo emozione. Noi uccideremo. Se non avrete ucciso almeno un tedesco durante il giorno, quel giorno sarà stato sprecato. [...] Se non riuscite a uccidere un tedesco con un proiettile, allora uccidetelo con la vostra baionetta. Se il vostro fronte è tranquillo e non ci sono combattimenti, allora uccidete un tedesco per passare il tempo. Se avete già ucciso un tedesco, uccidetene un altro. Non c’è niente di più divertente per noi di un cumulo di cadaveri tedeschi. Non contate i giorni, non contate i chilometri. Contate una cosa soltanto: il numero di tedeschi che avete ucciso. Uccidete i tedeschi! [...] Uccidete i tedeschi! Uccideteli!”

29 (NdT) La più importante rivista protestante di Chicago. Fondata nel 1884, Christian Century, quindicinale, durante la Seconda Guerra mondiale prese ferma posizione anche contro l'internamento nei campi di detenzione dei cittadini americani di origine giapponese.

30 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. 64.

31 (NdT) Sull’argomento vedere "Children of World War Two. The hidden enemy legacy" di Kjersti Ericsson e Eva Simonsen, Berg, 2005, ISBN: 978-1-84520-206-4, in lingua inglese.

32 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pagg. 62-63.

33 (NdT) La traduzione è letterale. Il traduttore avrebbe usato “occupare”.

34 (NdT) Teschen, oggi Cieszyn, è ora una città polacca, praticamente sul confine con la Repubblica Ceca.

35 (NdT) Vaihingen an der Enz è una cittadina del Baden-Württemberg.

36 (NdT) Anch'essa nel Baden-Württemberg.

37 (NdT) La “storica” visita del Cancelliere tedesco a Mosca è dell’8 febbraio 1956. Adenauer incontrò Nikita Chruschtschow, segretario generale del PCUS.

38 (NdT) “Nemici arresi” e “Nemici disarmati”.

39 (NdT) Ovvero, poeticamente, i “Campi sui prati del Reno”. Ufficialmente definiti "Prisoner of War Temporary Enclosures" (PWTE) erano un gruppo di 19 campi di concentramento, in gran parte sulla riva occidentale del Reno, in cui furono ammassati centinaia di migliaia di soldati tedeschi a morire di fame, disidratazione e freddo. Alla Croce Rossa fu sempre impedito di accedere ai campi.

40 (NdT) Nella zona sud-est di Norimberga.

41 (NdT) Nella zona nord di Stoccarda.

42 (NdT) Comune del distretto di Bad Kreuznach in Renania-Palatinato, sede del Rheinwiesenlager A6 (Winzenheim/Bretzenheim).

43 Bacque, "A Truth So Terrible", in “Abuse Your Illusions” articolo inviato da Bacque a Dwight D. Murphey. * (NdT) Il libro “Abuse Your Illusions” si trova anche in edizione italiana col titolo “Tutto quello che sai è falso 2”, Nuovi Mondi Media, 2004 , pag. 484, ISBN: 88-89091-09-6. L'articolo di J. Bacque è a pagina 173 ("Una verità così terribile". I campi di prigionia degli "Alleati").

44 (NdT) Ci si riferisce al campo tedesco di Bergen-Belsen (o comunemente Belsen), situato nella Bassa Sassonia, a sud-est della città di Bergen, vicino a Celle. Si stima che nei primi cinque mesi del 1945 vi siano morti 35.000 detenuti a causa di una epidemia di tifo.

45 (NdT) Il campo si trovava a Bad Nenndorf, una piccola stazione termale vicina ad Hannover. L'articolo di Ian Cobain (http://www.guardian.co.uk/uk/2005/dec/17/secondworldwar.topstories3 ) fu pubblicato su The Guardian del 17 dicembre 2005 con un titolo significativo: "The interrogation camp that turned prisoners into living skeletons. German spa became a forbidden village where Gestapo-like techniques were used" [Il campo per interrogatori che trasformò i prigionieri in scheletri viventi. Le terme tedesche divennero un villaggio proibito dove furono usate tecniche da Gestapo].

46 (NdT) Legge (Act) del Parlamento britannico del 30 novembre 2000 che introduce il diritto di sapere ("right to know") da parte dei cittadini sulle questioni collegate agli enti pubblici ("public bodies"). La sua denominazione ufficiale è "The Freedom of Information Act 2000 (c.36)".

47 "Britain Ran Torture Camp After WWII: report" (http://www.abc.net.au/cgibin/common/printfriendly.pl?

http://www.abc.net.au/news/newsitems/200512/s1533464.htm ).

48 (NdT) La Sarthe è nella Regione della Loira, nel nord-ovest della Francia. Il campo era quello di Mulsanne, diviso nei carceri n. 401, n. 402 e n. 403 D.P.G.A. (Dépôts de Prisonniers de Guerre de l'Axe).

49 (NdT) L’autore usa una parola che forse è ancora più significativa: “stripping”, che significa “spogliare, denudare”.

50 Ideato da Henry Morghentau junior, ebreo, nato a New York l’11 Maggio 1891, figlio di un ricco speculatore immobiliare e diplomatico (Henry Morghentau senior), amico personale di Franklin e Eleanor Roosevelt. Il “nostro” Henry, dal 1934 al 1945 fu Secretary of Treasure [Ministro del Tesoro] e creatore del War Refugee Board, all’interno del Ministero. Per mezzo di questo organismo, fra il 1944 ed il 1945, entrarono negli Stati Uniti circa 200.000 ebrei. Anni dopo fu l’uomo di punta della Conferenza di Bretton Woods, durante la quale venne creato l’International Monetary Fund [Fondo Monetario Internazionale] e la International Bank for Reconstruction and Development, quella che oggi è nota come World Bank [Banca Mondiale]. Negli ultimi anni di vita Morghentau è stato consulente finanziario dello Stato d’Israele. Morì a Poughkeepsie, nello stato di New York, il 6 Febbraio 1967.

51 (NdT) Lucius Dubignon Clay (1897-1978), generale americano, nel maggio 1945 viene nominato rappresentante del generale Dwight D. Eisenhower. Dal 1947 al 1949 sarà il Governatore generale della zona d'occupazione americana.

52 (NdT) Emesso il 26 aprile 1945, l'ordine 1067 ordinava al generale Eisenhower di "salvaguardare dalla distruzione e prendere sotto il [proprio] controllo archivi, progetti, documenti, carte, archivi ed informazioni e dati scientifici, industriali e d'altro tipo appartenenti a...enti tedeschi impegnati nella ricerca militare". Veniva lasciata ad Eisenhower la discrezionalità delel misure da prendere.

53 (NdT) Il Joint Chiefs of Staff (JCS) [Stato Maggiore Congiunto] è un organismo militare statunitense creato nel luglio del 1942, durante la presidenza Roosevelt, dall'Ammiraglio William D. Leahy. Il suo compito è quello di "consigliare" il governo degli Stati Uniti.

54 (NdT) Lo yacht "Carin II", di 27 metri e mezzo e 70 tonnellate fu regalato ad Hermann Goering nel 1937 per il suo secondo matrimonio (con Emmy Sonnemann) ma il Reichsmarschall volle dedicarlo alla prima moglie, morta sei anni prima.

55 (NdT) Creata subito dopo lo sbarco in Normandia, la T-Force aveva il compito di "identificare, mettere al sicuro, custodire e sfruttare le informazioni speciali e preziose, compresi i documenti, le attrezzature e le persone di valore per gli eserciti alleati". Sull'argomento: Judt, Matthias e Ciesla, Burghard "Technology transfer out of Germany after 1945", Routledge, 1996, ISBN: 3718658224, in lingua inglese.

56 (NdT) Rheinfelden e Rottweil sono nel Baden-Württemberg. Le miniere di antracite della Preussag AG si trovano a Ibbenbüren nel distretto di Steinfurt, in Nordrhein-Westfalen. La Rhodia, nata in Germania nel 1927, oggi è un colosso della chimica con sede centrale nel quartiere de La Défense a Parigi. E' attiva nel settore chimico, farmaceutico, agro-chimico, elettronico e della produzione di pneumatici, ha 15.530 dipendenti (2007) e 131 milioni di Euro di profitti (2007). Un ottimo affare per un furto...

57 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. VI.

58 (NdT) Sull'argomento vedi anche A. Bolzoni,"I dannati di Vlassov", Mursia, 1991.

59 (NdT) Nkolai Tolstoy, "The secret betrayal" [Il tradimento segreto], Scribner, 1978, pagine 503, ISBN-13: 978-0684156354, in lingua inglese.

60 (NdT) Citando N. Tolstoy, dell’argomento parla anche Piero Buscaroli, in “Dalla parte dei vinti”, Mondatori, 2010.

61 (NdT) E che, quindi, non erano mai stati cittadini sovietici.

62 (NdT) Il generale Andrej Andreevič Vlasov ed altri undici alti ufficiali dell'Esercito di Liberazione Russo furono impiccati il 2 agosto 1946 a Mosca. Vlasov aveva solo quarantasei anni.

63 (NdT) Vedi: Pier A. Carnier, "L'armata cosacca in Italia 1944-1945", Mursia, 1990.

64 (Nota dell’Autore integrata dal Traduttore) Nikolai Tolstoy, "The Secret Betrayal" (New York, Charles Scribner's Sons, 1977), pagine 371, 24, 315, 40, 183, 242, 343. Si consiglia anche la lettura di: Julius Epstein, "Operation Keelhaul: The Story of Forced Repatriation from 1944 to the Present", (Old Greenwich, Devin-Adair Publ., 1973, ISBN: 978-0815964070) e Nicholas Bethell, "The Last Secret: Forcible Repatriation to Russia 1944- 7" (Londra, Deutsch, 1974, pagg. XIV+224).

65 (NdT) Le famigerate “Spruchkammer”. Il 7 gennaio del 1947 il Werwolf fece saltare in aria quella di Norimberga… (da: Stephen G. Fritz, "Endkampf: Soldiers, Civilians, and the Death of the Third Reich", The University Press of Kentucky, 2004, pagine 416, ISBN: 978-0813123257, in lingua inglese).

66 (NdT) L'SS-Obersturmbannführer Karl Adolf Eichmann fu impiccato pochi minuti prima della mezzanotte di giovedì 31 maggio 1962, in una prigione a Ramla, in Israele.

67 Vedi l'analisi sul massacro della foresta di Katyn in Bacque, "Crimes and Mercies...", cit., pagg. 74-5, 135.

68 (NdT) "The Prison called Hohenasperg" di Arthur D. Jacobs, Universal-Publishers, 1999, pag. 172, ISBN: 9781581128321, in lingua inglese. Se ne possono scaricare le prime 25 pagine gratuitamente all'indirizzo: http://www.universal-publishers.com/book.php?method=ISBN&book=1581128320

69 (NdT) Per la precisione al College of Business. Si ritirò nel 1997. Il suo sito è: http://www.foitimes.com/.

70 (NdT) Un americano, come l'autore, non ha bisogno di spiegare cos'è Ellis Island, un simbolo per l’America cosmpolita. Per un lettore italiano forse è meglio farlo: Ellis Island è un isolotto alla foce del fiume Hudson nella baia di New York. Antico arsenale militare, dal 1892 al 1954, anno della chiusura, l’isola è stata la maggiore frontiera d'ingresso per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti. Durante la Seconda Guerra mondiale vi vengono detenuti cittadini giapponesi, italiani e tedeschi e il 12 novembre 1954 il Servizio Immigrazione lo chiude definitivamente, spostando i propri uffici a Manhattan. Dopo una parziale ristrutturazione negli anni ottanta, dal 1990 ospita il Museo dell'Immigrazione.

71 (NdT) Dal sito di Jacobs: http://www.foitimes.com/internment/cc_tx.htm

72 (NdT) Hohenasperg, nel Baden-Württemberg, vicino a Stoccarda, è una antica fortezza e carcere (oggi civile) fin dal 1500.

73 (NdT) Altra città del Baden-Württemberg.

74 (NdT) Il virgolettato è del traduttore.

75 (NdT) Oggi "Mortuary Affairs". Si tratta del "programma di ricerca, recupero, tentata identificazione, evacuazione e inumazione temporanea delle salme dei militari".

76 (NdT) Master of Business Administration, equivalente alla Laurea in economia e commercio.

77 (NdT) "Other Losses" [Le altre perdite] di James Bacque, II edizione rivista ed ampliata 1999, pagine 304, Key Porter Books, Fenn Publishing, ISBN: 978-1551681917, in lingua inglese. Una recensione del libro di Bacque, scritta da Arthur S. Ward, si trova al link: http://www.vho.org/GB/Journals/JHR/10/2/Ward227-231.html

78 (NdT) “Altre perdite” e “morti”.

79 (NdT) Di Arthur L. Smith, nato nel 1927, professore emerito di storia alla California State University di Los Angeles vedi il noto "The War for the German Mind: Re-Educating Hitler's Soldiers" [La guerra per le menti tedesche: la rieducazione dei soldati di Hitler] del 1996, Berghahn Books, pagine 214, ISBN: 9781571818928, in lingua inglese.

80 (NdT) "Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force" [Supremo Quartier Generale alleato del Corpo di spedizione]. Il QG delle forze alleate nell'Europa nord occidentale dal tardo 1943 alla fine della guerra. Lo comandò sempre il generale Dwight D. Eisenhower.

81 (NdT) Vedi nota 39.

82 (NdT) Località sul Reno

83 (NdT) Il Reichsaußenminister e SS-Gruppenführer Joachim von Ribbentrop fu impiccato il 16 ottobre 1946.

84 (NdT) "Nuremberg: The Last Battle", di David Irving (fotografie di Walter Frentz), pagine 377, Focal Point Publications, I Ed. 1996, ISBN: 978-1872197166, in lingua inglese. Scaricabile gratuitamente al link: http://www.fpp.co.uk/books/Nuremberg/index.html Ed. italiana: "Norimberga, l'ultima battaglia", Edizioni Settimo Sigillo, 2002.

85 (NdT) La traduzione di questa frase non è letterale.

86 (NdT) Ilse Koch, nata Köhler (1906 – 1967), moglie dell'SS-Standartenführer Karl Otto Koch (1897 – 1945), comandante dei campi d'internamento di Buchenwald e Majdanek. Condannata all'ergastolo nel 1947, graziata nel 1949, arrestata di nuovo lo stesso anno e condannata ancora all'ergastolo da un tribunale tedesco nel 1951. Si impiccò nel carcere femminile di Aichach nel 1967.

87 (NdT) Sullo "psicocombattente" ebreo Saul K. Padover (1905-1981) e sulla questione Ilse Koch, vedi: "I complici di Dio", di G. Valli, Effepi, 2009, alle pagine 1124, 2531, 3052 e 3052 del testo su CD.

88 (NdT) Raul Hilberg (1926-2007, ebreo), "The Destruction of the European Jews" di Raul Hilberg, prima edizione del 1961, pagine 1536, Yale University Press 2003, in lingua inglese. Prima ediz. italiana 1995, "La distruzione degli ebrei d'Europa", Einaudi 1999, 2 volumi, pagine 1358.

89 (NdT) Il virgolettato è del traduttore.

90 (NdT) Benjamin Disraeli, Primo Conte di Beaconsfield (1804–1881), ebreo sefardita di origine italiana, prima liberale e quindi conservatore, fu Primo Ministro del Regno Unito due volte: dal 27 febbraio al 3 dicembre 1868 e dal 20 febbraio 1874 al 23 aprile 1880.

91 Disraeli è citato da Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. 135.

92 (NdT) Domande inutili….”this is democracy, my dear”.

93 Keeling, “Gruesome Harvest…”, cit., pag. 134.

viernes, abril 02, 2010

RESURGE EN NORTEAMERICA LA RESISTENCIA POPULAR EN CONTRA DEL STABLISHMENT SIONISTA-FEDERAL.


MUY INTERESANTES NOTICIAS LLEGAN DE ESTADOS UNIDOS DE NORTEAMERICA, RELACIONADAS CON EL RESURGIMIENTO DE LAS MILICIAS PATRIOTICAS QUE HABÍAN SIDO SISTEMATICAMENTE REPRIMIDAS LUEGO DEL ATENTADO EN CONTRA DEL EDIFICIO GUBERNAMENTAL DE OKLAHOMA Y, MÁS AÚN TODAVÍA, LUEGO DE LOS SIGNIFICATIVOS SUCESOS DEL ONCE DE SEPTIEMBRE DEL 2001 EN NUEVA YORK.

YA HABÍAMOS RESEÑADO ALGO RECIENTEMENTE EN ÉSTAS PÁGINAS.
AHORA TRANSCRIBIMOS DE LA PRENSA OFICIAL DEL SISTEMA, DOS NOTICIAS RELACIONADAS CON EL RESURGIR DE LAS MILICIAS POPULARES NORTEAMERICANAS, UNA DE ELLAS DE CARACTER PACÍFICO (LOS GUARDIANES DE LAS REPÚBLICAS LIBRES) Y OTRA QUE HA OPTADO POR LA VÍA ARMADA (LA MILICIA HUTAREE). CADA UNA A SU MODO QUIEREN ECHAR ABAJO A LA CLASE POLÍTICA DIRIGENTE DE USA.

LA FOTOGRAFÍA CORRESPONDE A LOS MILICIANOS HUTAREE QUE HAN SIDO DETENIDOS POR EL FBI ESTA SEMANA.

1. LOS GUARDIANES DE LAS REPÚBLICAS LIBRES:

FBI: Cartas de extremistas podrían generar más violencia

WASHINGTON (AP) - Las fuerzas de seguridad federales avisaron a la policía que las cartas de un grupo antigubernamental pidiendo la remoción de gobernadores de Estados Unidos podrían alentar a otros grupos a actuar de forma violenta.

Un grupo llamado Guardianes de las Repúblicas Libres tiene un plan para "restaurar Estados Unidos" mediante el desmantelamiento pacífico de partes del gobierno, según su sitio de internet.


Hasta el 31 de marzo, al menos 30 gobernadores han recibido cartas con la exigencia de que dejen el cargo en tres días o serán sacados del puesto, según la nota interna de inteligencia elaborada por el FBI y el Departamento de Seguridad Nacional, copia de la cual fue obtenida por The Associated Press.


Los investigadores policiales no ven amenazas de violencia en el mensaje de grupo, pero temen que el llamado a remover a las altas autoridades estatales podría inspirar a otros a actuar violentamente.


La oficina del gobernador de Luisiana, Bobby Jindal, confirmó que el gobernador había recibido la carta y remitió preguntas al respecto a la policía estatal.


El vocero policial Doug Cain dijo que la carta de los Guardianes de las Repúblicas Libres fue recibida por la oficina del gobernador y que la policía estatal fue avisada.


"Nos llamaron al igual que hacen cuando reciben una carta que no es normal", dijo Cain.


El portavoz no ofreció detalles sobre la carta pero dijo: "No puedo decir si era amenazadora, pero puedo decir que sin conocer al grupo o la información de la carta, era garantía para que la policía estatal la revisara".


Cain dijo que la carta ha sido enviada a numerosos gobernadores alrededor del país.

La periodista de Associated Press Melinda Deslatte en Baton Rouge, Luisiana, contribuyó con este reporte.

2. LA MILICIA HUTAREE.
FBI revela ardid para arrestar a miembros de milicia



DETROIT, Michigan, EE.UU. (AP) - Cinco miembros de una milicia cristiana del centro-norte de Estados Unidos, acusados de conspirar para derrocar al gobierno, fueron llevados con engaños a un almacén para un falso servicio conmemorativo a fin de que estuvieran desarmados cuando las autoridades los arrestaran, dijo un prominente agente federal.


La estratagema en Ann Arbor fue parte de una serie de redadas del fin de semana en varios estados que dieron como resultado la apertura de un proceso a nueve personas involucradas en el presunto complot, según funcionarios.


"Básicamente preparamos un escenario en el que pudimos llevarlos a todos a un sitio", indicó a la AP Andrew Arena, agente especial del FBI a cargo en Detroit. "Y la razón por la que hicimos eso fue obviamente alejarlos de sus armas".


Nueve presuntos miembros de un grupo llamado Hutaree, con sede en el condado de Lenawee al sur de Michigan, fueron acusados esta semana de conspiración sediciosa por supuestamente confabularse para levantarse contra Estados Unidos, intento de uso de armas de destrucción masiva y otros delitos.


Planeaban realizar una llamada de emergencia falsa, matar a los policías que respondieran y detonar una bomba en el funeral para matar a muchos más, según los fiscales. El FBI dijo que frustró el complot con ayuda de un agente encubierto e informantes.


Ocho de los sospechosos están detenidos en el área de Detroit; el noveno en Indiana.


El juez federal Donald A. Scheer en Detroit dijo el jueves que necesitaba más tiempo para decidir si acepta la solicitud de los fiscales de que los ocho permanezcan encarcelados hasta el juicio. Para el viernes se espera una decisión.


Al pedirle al juez Scheer que negara la solicitud de libertad bajo fianza, el vicefiscal federal Joseph Falvey Jr. dijo que aunque no hay nada de malo en poseer armas y odiar al gobierno, es ilegal cuando "gente con corazones negros e intenciones malignas" se reúnen para hablar sobre la forma de actuar violentamente.


La liberación de los acusados les permitiría reagruparse y agudizaría su temor hacia quienes hacen cumplir la ley, agregó Falvey.

domingo, marzo 28, 2010

FERNANDO VILLEGAS: LA PISTOLA AL CUELLO.

......SAQUEMOS LECCIONES DE LA DESGRACIA....

Fernando Villegas

La pistola al cuello


El terremoto del sábado (Chile Centro-Sur, 27-2-2010)ha sido un evento devastador, pero también revelador. Ha sacado a la luz debilidades acumuladas a lo largo de años en el completo edificio de nuestra sociedad, frutos venenosos de políticas -públicas y privadas- y de procesos sociales cuyas semillas se sembraron a partir de 1973, se abonaron en los años sucesivos y se regaron generosamente desde 1990. El resultado es una mezcla explosiva de aspiraciones adquisitivas con una distribución del ingreso que impide a muchos satisfacerlas y de dos generaciones de chilenos pobres -padres entre 25 y 40 años, hijos de entre 10 y 20- criados casi sin control parental ni escolar. A ese combustible se agrega como comburente la hegemonía ideológica de las doctrinas acerca de los derechos humanos, las cuales en muchos casos -legales, judiciales, etc- han sido llevadas a tales extremos de lenidad y obsecuencia, que entorpecen gravemente la determinación o voluntad del Estado para preservar el orden público.

De esto último han sido muestra los saqueos masivos. Para describirlos, la autoridad ha usado un lenguaje eufemístico hablando de "delincuentes" y de "lumpen". Eso de por sí ya sería bastante malo, pero los videos y fotografías revelan algo aun peor: protagonistas han sido también y en número abrumador, gente común y corriente, la clase de personas con las cuales usted puede toparse en su oficina o en el bus. En una sociedad sana, el pillaje queda reducido a la acción de delincuentes y también de los ciudadanos más marginales; una sociedad enferma, en cambio, revela lo que vimos, a saber, no sólo que dichos delincuentes y vándalos son legión, sino que también hay cero autocontrol por parte de muchos ciudadanos y cero eficacia de la fuerza policial para controlarlos por mera presencia.

¿De qué extrañarse respecto a esto último? Por 20 años la Concertación no hizo sino debilitar el concepto mismo de "orden público", expresión que a oídos de su gente suena a cavernaria opresión "del pueblo". Todo acto de autoridad rigurosa se convirtió, en ese período, en tabú. En el colegio se deterioró la autoridad de profesores y directores, quienes quedaron a merced de un alumnado dotado de infinitos derechos; en la calle se acusó una y otra vez a la fuerza pública de "excesos", tanto en tribunales como en la prensa, cada vez que encaró con decisión ataques incluso letales contra sus miembros; en el discurso de muchos se legitimó abierta o tácitamente a los "combatientes" con tal que dijeran representar una causa justa; en la justicia se trató con lenidad a asesinos políticos si acaso su background era "la lucha contra la dictadura"; en fin, siempre hubo razones para justificar la conducta antisocial haciendo de sus hechores víctimas inocentes "del sistema".

¿A qué asombrarse entonces que grupos masivos de ciudadanos se crean hoy con derecho al pillaje si se da la oportunidad? ¿De qué pasmarse ante el infantilismo, convertido rápidamente en agresión, con que algunos piden "soluciones" en cinco minutos puesto que fueron criados bajo la doctrina del Estado paternalista, único salvador y defensor de los pobres, como todavía se dijo en la reciente campaña presidencial? Por eso la imagen del carabinero poniendo una pistola en el cuello de uno de los miserables entregados al pillaje es una notable excepción, pero también una muestra de hasta dónde es preciso llegar cuando métodos menos elocuentes ya no hacen mella. Y es una valiente excepción, porque hace ya mucho tiempo que el carabinero teme siquiera levantar la voz, no sea que le abran un sumario, se le eche del servicio y se le lleve a juicio. De eso es muy consciente la inmensa cantidad de ciudadanos resentidos, frustrados y llenos de instintos destructivos y depredadores que ha criado el sistema por las razones expuestas más arriba. Se sienten con esa sensación de derecho a cometer delitos que otorga la impunidad. ¿"Por qué yo no", dijo una mujer que se llevaba objetos robados de una tienda, "si lo hacen todos? Y pudo haber agregado: "y nada nos va a pasar porque somos el pueblo". De ahí que sea la sociedad, no ese punga, quien está hoy con la pistola al cuello. Y que, en la hora nona, deba sacarse al Ejército a la calle.

miércoles, febrero 24, 2010

JOE STACK ESTRELLA AVIÓN CONTRA EDIFICIO ECHELON.

JOE STACK - UN NUEVO PRÓCER DE LOS ESTADOS UNIDOS

En una acción que con seguridad causará impacto y miedo en las clases élite gobernantes de los Estados Unidos, especialmente a los funcionarios del gobierno, la Comunidad Patriota Estadounidense ha nombrado al piloto suicida Joe Stack, como su “Primer Campeón Gris del Siglo 21”.

Según el sitio web patriota GrayChampion.com, al estrellar su avión contra el Edificio Federal Echelon en Austin, Texas, Joe Stack “ha hecho el primer disparo de la Nueva Revolución Estadounidense”.

GrayChampion.com define al Campeón Gris como sigue:

“Los Campeones Grises son también aquellos Estadounidenses no muy comunes, que salen entre aquellos conciudadanos para “cumplir con su deber” en un promedio de cero o de dos cada generación… una hora que ya ha llegado, de nuevo, al pender de la balanza el futuro de los Estados Unidos.

La verdadera determinación de alguien a quien se le puede llamar Campeón Gris descansa con la historia pues estos no muy comunes Estadounidenses fueron durante sus épocas, y por las acciones que realizaron, siempre etiquetados de terroristas, rebeldes, asesinos y traidores y los hicieron objeto de desprecio las clases élite gobernantes, los funcionarios del gobierno y los barones de los medios que fueron atacados por los Campeones Grises”.

En nuestro anterior reporte sobre las acciones de Joe Stack (y fue cuando nos enteramos por primera vez del término Estadounidense “Campeón Gris”) para contraatacar a un gobierno en el que él dejó de creer que servia a los intereses de sus ciudadanos, citamos de su “manifesto” entregado al mundo a su muerte y en el que mencionó:

“Sólo me queda esperar que las cantidades crezcan tanto rápidamente como para que los deslavados e ignorados zombies Estadounidenses despierten y se levanten en una revuelta; no aceptaré nada menos. Solo me queda esperar que pueda ttocar alguna fibra nerviosa que estimule la inevitable reacción refleja de doble moral del gobierno que resulte en restricciones más draconianas que haga que el pueblo se levante y comience a ver a los pomposos ladrones políticos y sus lacayos imbéciles como realmente son.

Tristemente, aunque me pasé toda mi vida tratando de creer que no era así, la respuesta no es únicamente la violencia, sino que es la única respuesta. El chiste cruel es que los verdaderos grandes pedazos de mierda arriba lo han sabido todo el tiempo y se han estado carcajeando de, y usando esta falta de conocimiento, contra tontos como yo toda la vida."


En lo que respecta a los temores de Joe Stack y sus conciudadanos de vivir en un país cuyo gobierno ya no está al servicio de ellos, sino que como lo indican los escalofriantes hechos, los ve a todos como enemigos y ha comenzado a hacerlos objetivo de destrucción, las evidencias son abrumadoras como lo podemos leer:

Como lo reporta la ABC en su artículo del 3 de febrero titulado: “¿Licencia para Matar? Dice el Jefe de la Inteligencia que EE.UU. Puede Eliminar a los Terroristas Estadounidenses”.

"El director de la inteligencia nacional afirmó de un modo más bien descarado el día de hoy que la comunidad de inteligencia Estadounidense tiene la autoridad para hacer objetivo a ciudadanos Estadounidenses para asesinarlos, si es que representan una amenaza terrorista directa a ese país.
Tomamos acciones directas contra los terroristas en la comunidad de inteligencia; si… creemos que la acción directa implica matar a un Estadounidense, tenemos permiso específico para hacer eso" dijo el Director de la Inteligencia Nacional, Dennis Blair, al Comité de Inteligencia de la Cámara de Diputados".
Con base en el testimonio del Director de Inteligencia, Blair, ante el Congreso y si el gobierno Estadounidense hubiera descubierto el plan de Joe Stack de atacar al Edificio Federal Echelon en Texas, hubieran tenido el derecho de asesinarlo en lugar de arrestarlo o de seguirle un proceso, y que vuela en frente de cada standard sobre el que se construyeron los Estados Unidos, sin mencionar que estaba en contra de sus propias leyes y de la misma Constitución…

Y va de mal en peor…

En un reporte recién publicado (Febrero 19) titulado “El Abogado de Bush Dijo al Presidente Que Podía Ordenar la ‘Masacre” de Civiles” publicado por la Newsweek, se dice que:

“El autor principal del “memorándum de tortura” de la administración Bush, dijo a los investigadores del Departamento de Justicia que la autoridad del presidente para hacer la guerra era tan amplia que tenía el poder constitucional para ordenar que un poblado fuese “masacrado”, según un reporte publicado el viernes por la noche por parte de la Oficina de Responsabilidad Profesional.

Para aquellos Estadounidenses que creen que su gobierno no recurriría jamás a una completa masacre en su contra, se les advierte que lo piensen dos veces, especialmente a la luz de un artículo recién publicado en el US Newswire titulado “1,000 Arquitectos e Ingenieros Exigen una Nueva Investigación del 9/11” y que dice, en parte:

“Richard Gage del AIA –Instituto Estadounidense de Arquitectos- arquitecto y fundador de la organización sin fines de lucro Arquitectos e Ingenieros para la Verdad del 9/11, Inc. (AE911Truth) harpa un anuncio que marcará un hito decisivo el día de hoy en una conferencia de prensa en San Francisco, pues más de 1,000 arquitectos e ingenieros de todo el mundo apoyan ya la exigencia de una nueva investigación por la destrucción de las Torres Gemelas y el Edificio 7 del World Trade Center el 11 de septiembre de2001. Después de un cuidadoso examen de la explicación oficial, junto con los datos forenses omitidos en los reportes oficiales, estos profesionistas han llegado a la conclusión de que se requiere una nueva investigación independiente sobre estos misteriosos derrumbes.

Gage y su grupo basan sus conclusiones en evidencia forense. Gage señala que “Los reportes oficiales de la FEMA (Agencia Federal del Manejo de Emergencias) y del NIST (Instituto Nacional de Standards y Tecnología) son informes insuficientes, contradictorios y fraudulentos de las circunstancias de la destrucción de las torres. Por tanto, estamos exigiendo la investigación de un gran jurado de los funcionarios del NIST. Gage señala que la destrucción del tercer edificio, World Trade Center 7, un rascacielos de 47 pisos que no fue impactado por ninguna aeronave y aún así se vino abajo en una aceleración de caída libre de más de 100 pies, un hecho significativo que el NIST se vio obligado a admitir debido a una investigación llevada a cabo por los firmantes de la petición AE911Truth. Otros preocupantes factores que emergen de la evidencia forense incluyen:

La destrucción completa de ambas Torres Gemelas en sólo un lapso de 10 a 14 segundos en una aceleración de casi caída libre.

Más de 100 reportes de las agencias de emergencia de explosiones y destellos al comenzar la destrucción.

Secciones de multi-toneladas de acero lanzadas literalmente a 600 pies a una velocidad de 60 millas por hora

Pulverización a mitad del aire de 90,000 toneladas de plataformas de concreto y metal

Campo de basura de 1200 pies de diámetro: No se ven los pisos caídos a modo “pancake” en el cúmulo de desechos.

Se encontraron varias toneladas de metal fundido.

Evidencia de material de compuesto nano-térmico explosivo avanzado que encontró en el polvo del WTC un equipo internacional de científicos”.

Todavía peor para estos Estadounidenses son los que creen que el Presidente Obama los va a proteger pero la evidencia indica claramente que no lo va a hacer, de hecho, desde que comenzó su mandato no solo ha dado continuación a las políticas del ex Presidente Bush, sino que ya está empeñado activamente en proteger de ser llevados a proceso a los “arquitectos” de la administración Bush del nuevo estado Fascista que están creando en los Estados Unidos junto con la continuación de la tapadera de los acontecimientos alrededor del 9/11 y que podemos leer como sigue:

Como lo reportó la Associated Press en su artículo titulado “El Departamento de Justicia no encuentra delito de parte de los autores del memorándum” Obama pasó por encima de los abogados de su propio Departamento de Justicia que querían procesar a los autores del “memorándum de tortura” de la administración Bush y les ha permitido seguir impunes, como lo podemos leer:

“Una revisión inicial de parte de la unidad de asuntos internos del Departamento de Justicia encontró que los abogados del pasado gobierno Bush, Jay Bybee y John Yoo habían caído en responsabilidad profesional, una conclusión que podría haberles costado sus licencias para practicar derecho. Pero, subrayando cuan controvertido y legalmente espinosos se han vuelto los memorándums, el destacado abogado de carrera del Departamento de Justicia (y amigo cercano de Obama) revisó el asunto y no estuvo de acuerdo”.

Todavía más temor con respecto a Obama son los nuevos reportes que vienen de los Estados Unidos cuestionando si siquiera tiene el control y como lo reporta el sitio salon.com en su artículo titulado “¿Quién manda en la Casa Blanca?” y que dice, en parte:

“Recuerda que hace un año, Obama dio instrucciones a la DEA de seguir su promesa de campaña y respetar los estatutos locales que hacen legal el uso de la mariguana medicinal. Cuando la DEA siguió haciendo incursiones en los dispensarios de la hierba en estados en los que se había aprobado esa ley, el Procurador General, Eric Holder reiteró el decreto de cesar y desistir, señalando que “Lo que (Obama) dijo durante la campaña ya es política Estadounidense”.

Conforme continuaron más incursiones, el Departamento de Justicia entonces emitió un memorándum explícito ordenando a los agentes federales a refrenarse de procesar a los que están “en cumplimiento con las leyes estatales en vigor brindando el uso médico de la mariguana”.

Y aún así la DEA ha intensificado las incursiones. Aquí en Colorado – donde los votantes consagraron la legalidad de la mariguana médica en la constitución de nuestro estado – los Federales no solo allanaron dos dispensarios sino que lo hicieron de un modo para humillar deliberadamente a sus superiores.

En enero, la DEA allanó una compañía que lleva a cabo exámenes de calidad de la cannabis. ¿La supuesta infracción de la compañía? Seguir el protocolo y solicitar formalmente una licencia federal para el equipo. Los rebeldes de la DEA dieron respuesta a la solicitud no con un gracias o – ni Dios lo quiera- aprobación, sino con la Gestapo.

Esto fue rematado la semana pasado cuando agentes de la DEA arrestaron a un cultivador de mariguana médica que se atrevió a hablar de su negocio con un noticiero local. Captando una oportunidad, el agente de la DEA, Jeffrey Sweetin usó el espectáculo para insistir que el no haría caso de las directivas establecidas de sus jefes”.

Ahora, lo más interesante sobre todos estos eventos que están sucediendo en los Estados Unidos incluyendo el de Joe Stack, que se dice es uno de los “Campeones Grises” de su generación, es que fueron pronosticados, y como lo reporta el Wall Street Journal en su pieza de diciembre 2008, titulado “Y Por Si las Cosas No Anduvieran Tan Mal, Profesor Ruso Predice el Fin de los Estados Unidos” y que dice:

“Durante una década, el académico Ruso Igor Panarin ha estado pronosticando que Estados Unidos se despedazará en el 2010. La mayor parte de ese tiempo, él admite, pocos tomaron su argumento – de que un colapso moral y económico detonaría una guerra civil y la división a la larga de los Estados Unidos – muy seriamente. Ahora ya encontró una ansiosa audiencia: Los medios Rusos del estado.

En las recientes semanas, ha sido entrevistado hasta dos veces al día sobre sus predicciones: “Es un récord” dice el Prof. Panarin “Pero creo que la atención va a crecer mucho más”.

El Prof. Panarin, de 50 años de edad, no es una figura decorativa. Ex analista de la KGB, es decano de la academia Rusa del Ministerio de Relaciones Exteriores para los futuros diplomáticos. Es invitado a las recepciones del Kremlin, da conferencias a los estudiantes, publica libros y aparece en los medios como experto en las relaciones EE.UU.- Rusia.

Pero su sombría predicción para los Estados Unidos que es música para los oídos del Kremlin, que en los años recientes ha culpado a Washington por todo desde la inestabilidad en el Medio Oriente hasta la crisis financiera global. Los puntos de vista del Sr. Panarin también caen como anillo al dedo con la narrativa del Kremlin de que Rusia está regresando a su legítimo lugar en el escenario del mundo después de la debilidad de la década de los 1990’s, cuando muchos temieron que el país se fuera económica y políticamente a la quiebra y se dividiera en territorios separados.

Un hombre cortés y alegre con un corte entusiasta, el Sr. Panarin insiste en que los Estadounidenses no le son antipáticos. Pero advierte que el panorama para ellos es sombrío.

“Hay una posibilidad de un 55-45% justo ahora de que suceda una desintegración” dice. “Uno podría regodearse en ese proceso” agrega, con rostro imperturbable. “Pero si estamos hablando razonablemente, no es el mejor escenario – para Rusia”. Aunque Rusia se volvería más poderosa en el escenario mundial, dice, su economía sufriría porque en realidad depende bastante del Dólar y del comercio con los Estados Unidos.

El Sr. Panarin propone que, en breve, una inmigración masiva, la declinación económica y la degradación moral detonarán una guerra civil el próximo otoño así como el colapso del Dólar. Alrededor de fines de junio 2010, o principios de julio, dice él, los Estados Unidos se dividirán en seis partes – con Alaska regresando al control Ruso”.

En estos tiempos tan oscuros, y al pender el destino de los Estadounidenses de la balanza, a uno sólo le queda esperar que su pueblo despierte, y al despertar se levante junto, como un solo pueblo que es, de modo que cuando la historia de estos timpos se escriba y aunque muchos de ellos se convertirán en sus propios “Campeones Grises” una nueva y mejor nación renacerá.

sábado, febrero 13, 2010

¡FORTALEZA Y HONOR!: EL GRITO DESGARRADOR QUE RETUMBA EN DRESDEN, 65 AÑOS DESPUES.

Leopold Ruber Kopalova: Hoy es el aniversario del bombardeo de Dresden.En la noche del 13 al 14 de Febrero de 1945 esta hermosa ciudad fue completamente arrasada por el ataque aereo de miles de aviones de los aliados.
Murieron 25.000 personas,mayormente mujeres y niños refugiados civiles que estaban huyendo del avanze sovietico.La guerra estaba casi terminada y este ataque no tenía ningún sentido militar o estrategico.
(FUENTE: http://blogs.elmercurio.com/columnasycartas/2010/02/13/holocausto-armenio.asp)
Si, hoy 13 de febrero se conmemora uno de los peores y más criminales hechos de la Segunda Guerra Mundial. Ese día de 1945, en las postrimerías de la guerra, 52.000 personas alemanas, civiles, que incluían mujeres, niños y ancianos, se habían refugiado en la hermosa ciudad de Dresden, la cual no tenía ningún valor bélico estratégico, huyendo del avance arrasador de las fuerzas enemigas, confiando en lo que se les había prometido, que ahí estarían a salvo del fuego enemigo. Pero el afán de venganza de "los aliados" capitalista-comunistas se ensañó con esa población civil indefensa y la masacró. Ese es el comportamiento hipócrita de los que se dicen defensores de las libertades y de los derechos humanos.
Todavía no se inicia la persecución de los criminales de guerra capitalista-comunistas y, por lo tanto, todavía no se abre ningún tribunal de guerra para juzgarlos, condenarlos y ajusticiarlos.
¿Donde queda la justicia internacional?
¿De qué derecho nos hablan?
¿Con qué ropa?


LA PRENSA INFORMA QUE HA TENIDO LUGAR -65 AÑOS DESPUES DE LOS LUCTIOSOS SUCESOS- LA MÁS GRANDE CONCENTRACIÓN DE MILITANTES NACIONALES ALEMANES EN DRESDEN: 7.000 PERSONAS UNIFORMADAS RINDIENDO HOMENAJE A LOS MÁS DE 25.000 CIVILES INDEFENSOS MASACRADOS POR LAS FUERZAS CAPITALISTA-COMUNISTAS EL 13 DE FEBRERO DE 1945.
ENTRE LOS VOCEROS DE LA MILITANCIA NACIONAL CONGREGADA DESTACABA KAI PFUERSTINGER, SEGUNDO LIDER DEL JLO, LOS CUERPOS JUVENILES QUE HAN PROLIFERADO EN LA ANTIGUA ALEMANIA DEL ESTE.
P/.


Neo-nazis alemanes recuerdan ataque Dresden II Guerra Mundial

Por Dirk Mueller-Thederan

Fuente: http://espanol.news.yahoo.com/s/reuters/100213/internacional/internacional_alemania_neonazis

DRESDEN, Alemania (Reuters) - Cerca de 5.000 neo-nazis se reunieron el sábado en la ciudad oriental de Dresden para organizar una marcha provocativa, en la que recordaron a las víctimas en Alemania del ataque aéreo aliado que destruyó la ciudad barroca 65 años atrás.


En los últimos años, el aniversario del 13 de febrero de la destrucción de Dresden, donde 25.000 murieron personas, se ha transformado en un foco para los neo-nazis que describen el incidente como un "bombardeo Holocausto".


Estaba previsto que cerca de 7.000 personas se unieran a la marcha este año, lo que la convertiría en la mayor manifestación de la extrema derecha de Alemania desde 1945.


La policía teme enfrentamientos con miles de manifestantes anti-nazis, 10.000 de los cuales formaron una cadena humana en el centro de la ciudad para recordar a las víctimas de la guerra iniciada por Alemania y mostrar su oposición a los grupos de la extrema derecha.


Cerca de 5.000 efectivos han sido llevados a la ciudad de toda Alemania para ayudar a detener los disturbios.


"La atmósfera está muy agitada entre los dos lados y enfrentamos una tarea muy difícil hoy", dijo un portavoz de la policía.


En la estación Neustadt de Dresden, donde partían los trenes repletos de judíos para el campo de concentración de Auschwitz, se reunieron varios cientos de neo-nazis, vestidos todos de negro.


Algunos portaban banderas alemanas pre-guerra y una voz que gritaba "Fortaleza y Honor" se escuchaba por los altoparlantes.


"Estamos reunidos aquí para recordar uno de los mayores crímenes de guerra de la Segunda Guerra Mundial", dijo a la multitud Kai Pfuerstinger, subjefe del grupo derechista JLO o Cuerpos Juveniles del este de Alemania.


(Escrito por Madeline Chambers; Editado en español por Marion Giraldo

Fluguerto: EL ADVENIMIENTO DEL NUEVO CICLO.

Como el día y la noche, como el invierno y el verano, como el viejo año y el nuevo año, acaban ciclos y empiezan otros nuevos.
FERNANDO FLUGUERTO MARTÍ nos apunta aquí algunas claves para comprender este momento de cambio cíclico.
PETRAS.


LA NUEVA ERA

por FERNANDO FLUGUERTO MARTÍ

Nadie duda a esta altura de los acontecimientos que estamos transitando un cambio de era.
Y no solo de las eras que duran 2160 años y que denominamos con los signos zodiacales, sino también del Gran Año Cósmico que dura 25920 años.
Si a este cambio lo miramos desde la Tierra - visión geocéntrica - decimos que muere la era de Piscis y alumbra la era de Acuario.
Si lo miramos desde el Sol - visión heliocéntrica - decimos que pasamos de Virgo a Leo.
Pero la cuestión de fondo que queremos tratar es de que aún sabiendo que se está produciendo un gran cambio parecemos NO preparados para PLANEAR, ORGANIZAR, PROGRAMAR, DIRIGIR, COORDINAR Y CONTROLAR la nueva Era que está naciendo querramos que no.

Ya el acorde inicial de la Obertura de esta Nueva Era que fue la demolición de las Torres Gemelas (la obra de arte más grande de todos los tiempo según el director alemán Karlheinz Stockhausen ) nos tomó desprevenidos y seguimos hasta hoy discutiendo quién fue el responsable de tan grandioso suceso, sin reparar que lo importante es el suceso en sí y no quién lo ejecutó.

Porque el problema de fondo radica en que nos vemos incapaces de "preparar" el mundo para la nueva era - que afecta la geología, la economía, la geopolítica, etc. de todo el planeta - porque no tenemos parámetros donde apoyarnos para "pensar" esta nueva realidad que nos tocará vivir. Y esto se comprueba en los fracasos evidentes de TODAS las reuniones internacionales que se efectúan los últimos años, ya se llamen G 20, Davos, Copenhagen, etc. etc.
Y como si fuera poco esta nueva era que está naciendo entre dolores de parto está regida por Urano y el Sol.
Imprevisible como Urano y brillantemente blanca y enceguecedora como el Sol.

Claro que podríamos adoptar la actitud de NO PREPARAR NADA y dejar que la realidad nos golpee con toda crudeza y ver como nos adaptamos - los que sobrevivamos -. Pero como humanos que somos - o que intentamos ser - debemos intentar ORGANIZAR nuestro mundo para este nuevo ciclo, tanto el de 2160 años y el de 25920 años ; llámense Acuario o Leo .

Un primer paso que propongo será el de CONSERVAR LO TRADICIONAL - TRADITIO : QUE PASA Y NO CAMBIA -. Porque sospechamos que dos más dos seguirán siendo cuatro y que el Hombre - o lo que quede de él - seguirá componiéndose de Cuerpo, Alma y Espíritu.

Otro camino a seguir será consultar las Escrituras al respecto. En ese sentido tenemos como OPERA MAGNA al Apokalypsys, que fuera escrito por Juan justamente para orientarnos en este cambio de ciclo. Pero Juan no nos dejó un Manual de Instrucciones como los que acompañan a los nuevos dispositivos electrónicos que sabemos comprar (y estos tampoco suelen ser demasiado claros). y por supuesto como lo previenen las Escrituras nos ofrecerán a diario infinidad de FALSEDADES donde el veneno se mezcla con la miel. Esto estaba predicho y lo podemos comprobar con las incontables "obras sobe la New Age" que pululan y a la que son tan afectas nuestras mujeres.

Dejo el tema abierto pero recalco la necesidad de no quedarnos cruzados de brazos sin hacer nada.
Si adoptamos esa vía seguramente nos ocurrirá como a los "turistas" que fueron a "divertirse" a Machu Pichu.


Ing. Fernando M. Fluguerto Martí

viernes, febrero 12, 2010

JESUITA FELIPE BERRIOS DEFIENDE SOBERANÍA DE CHILE EN CONTRA DEL ENCLAVE ECO-TURISTICO-NORTEAMERICANO DE AYSEN.


ES SUMAMENTE INTERESANTE QUE EL LIDER JESUITA FELIPE BERRIOS SE ALINÉE CON LOS INTERESES NACIONALES DE CHILE, DEFENDIENDO LA GENERACIÓN DE ENERGÍA ELECTRICA CON LAS REPRESAS DE AYSÉN Y CUESTIONANDO EL ABUSO DE AYSÉN COMO COTO TURÍSTICO DE MAGNATES GLOBALIZADOS (aquí estamos en presencia de una lógica que explica el surgimiento de Pumalin como un enclave eco-turístico-norteamericano).
PETRAS.

Se mostró a favor de construir megacentrales en el sur del país

Felipe Berríos hace guiño a HidroAysén y arremete contra Tompkins y ecologistas.

fuente:
http://www.elmostrador.cl/noticias/pais/2010/01/21/felipe-berrios-hace-guino-a-hidroaysen-y-arremete-contra-tompkins-y-ecologistas/

"Creo que con la futura escasez de agua que habrá en Chile debiéramos hacer más represas, para que no se vaya el agua totalmente de la montaña al mar, ya que es un recurso vital que estamos perdiendo continuamente”, dijo el fundador de Un Techo para Chile. También consideró legítimo otorgar "el derecho a una empresa para que, usando la energía del agua, sea capaz de generar electricidad y luego la suelte, que es lo que hacen las hidroeléctricas”.
por El Mostrador
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Comentar Enviar Rectificar Imprimir El sacerdote jesuita Felipe Berríos defendió la construcción en el sur del país de megacentrales hidroeléctricas como las que considera el proyecto HidroAysén, argumentando que obras de este tipo se ajustan a la necesidad de enfrentar desde ya la futura escasez de agua en Chile, y criticó la campaña “Patagonia Sin Represas”, porque a su juicio sólo busca proteger el desarrollo de un turismo ecológico al que sólo tienen acceso personas que “en sus países viven cómodamente y con una vida de lujo”.

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La Iglesia de Aysén proclama buenas noticias Tompkins toma el guante y le responde a Berríos por Hidroaysén Felipe Berríos: desvistiendo un santo para vestir a otro Respuesta al padre Berríos El desconocimiento de Berríos para justificar su apoyo a Hidroaysén “Espero que se dé la posibilidad de hablar en persona con Felipe Berríos” En una entrevista publicada el miércoles último por el Diario de Aysén, el fundador de Un Techo para Chile abordó este tema a propósito del mensaje del Papa Benedicto XVI el pasado 1 de enero, que le planteó a los fieles católicos que “si quieres promover la paz, protege la creación”, lo que fue por muchos interpretado como un llamado a no intervenir la naturaleza.

Pero Berríos cree que la construcción de represas es necesaria si de ellas depende el “bien común”, sobre todo si los recursos se usan responsablemente y son “devueltos”.

“Elementos que son vitales como el aire, el agua o los alimentos, no pueden privatizase en el sentido de negárselo a alguien que lo necesite. De hecho la iglesia desde sus orígenes ha dicho que la persona que por hambre roba alimentos no es una maldad ni pecado, porque es algo vital que necesite para subsistir. De ahí a que se den derechos de agua a una empresa para que esa empresa pueda generar electricidad y luego el agua la suelte otra vez”, sostuvo.

Bajo este argumento consideró que no existe “ningún impedimento” para la construcción de hidroeléctricas. “Al contrario, creo que con la futura escasez de agua que habrá en Chile debiéramos hacer más represas, para que no se vaya el agua totalmente de la montaña al mar, ya que es un recurso vital que estamos perdiendo continuamente”.

Berríos precisó que hay que distinguir entre adueñarse del agua y no dar acceso a ella a pequeños campesinos, y por otro lado, otorgarle “derecho a una empresa para que usando la energía del agua sea capaz de generar electricidad y luego la suelte, que es lo que hacen las empresas hidroeléctricas”.

“Patagonia Sin Represas”
El sacerdote, en tanto, no ocultó sus aprensiones frente a la campaña “Patagonia Sin Represas” que impulsa el Consejo de Defensa de la Patagonia para evitar que HidroAysén construya cinco megacentrales en la región de Aisén, que aportarían al Sistema Internconectado Central (SIC) 2.750 Megawatts, a través de una línea de transmisión de más de dos mil kilómetros.

“Yo me haría varias preguntas. Primero, ¿quién financia este grupo? Yo ya quisiera haber tenido la campaña publicitaria que ellos tuvieron para poder denunciar la desigualdad social y la concentración de la riqueza que hay en Chile ¿Por qué no se denuncia esa situación que va en la raíz del perjuicio ecológico de nuestro país? Y segundo: yo diría que sin duda, todos queremos proteger la Patagonia, pero seamos honestos: ¿Quienes son los que pueden viajar a la Patagonia? Son los mismos que en sus países viven cómodamente y con una vida de lujo, con un costo ecológico con el que podrían vivir 200 o 300 familias pobres”.

Al respecto enfatizó que esos turistas “en algún momento de sus vacaciones quieren sentir la adrenalina de irse a un lugar agreste para sentir el contacto con la naturaleza. Si ellos quieren hacer eso y nosotros queremos ofrecerles eso, está bien, pero cobrémosles entonces de tal manera que podamos comprar energía en otros países, ya que sin tener represas, habría que hacerlo, pero no lo vamos hacer. Entonces seamos honestos. Ese tipo de turismo hoy en Chile no es posible, porque no es rentable”.

Berríos dijo que “nadie quiere que se destruya la Patagonia” pero que es necesario llegar a un “equilibrio” ya que a su juicio “todos estos grupos ambientalistas, en la cotidianeidad no lo son tanto” y “todos tenemos derecho a ese desarrollo”.

”Este personaje Tompkins…”
Berríos también cuestionó al magnate estadounidense Douglas Tompkins y a lo que, desde su perspectiva, hay detrás del santuario de la naturaleza que mantiene en el sur.

“Tenemos a este personaje Tompkins que tiene un verdadero santuario de la naturaleza, pero lo que más contamina el planeta es la mala distribución del ingreso, y habría que preguntarse por qué Tompkins se hizo multimillonario. Si él no se hubiera hecho multimillonario, habría contaminado mucho menos el planeta, o sea lo que más contamina el planeta tanto como el humo, o destrozar el bosque o humedales es la mala distribución el ingreso, y la concentración de la riqueza”, señaló.

Y luego insistió: “alguien que concentra mucha riqueza está produciendo un deterioro no sólo humano y de injusticia; también un deterioro ecológico grave, lo que me parece una contradicción brutal, que con esa riqueza se pretenda proteger lo que él mismo va destruyendo”.

Finalmente se preguntó “¿por qué no se habla ese tema? ¿Por qué los obispos no hablan de eso en vez de atacar una represa hidroeléctrica que la verdad es que creo que el daño que produce o la intervención en la naturaleza es mínimas…¿por qué entonces no se ataca una de los problemas profundos ecológicos que es la concentración de la riqueza?

EL VALLE DE LOS CAÍDOS EN LA ESPAÑA QUE SE LEVANTÓ.

Si bien el Valle de los Caídos recoge a los caídos por ambos bandos (el nacional y el antinacional) de la Guerra Civil Española -y es por ello un lugar de reconciliación-, también es cierto que simboliza el poder de Franco como conductor de una España que se levantó desde sus huesos desparramados por todas sus tierras -Y ESO ES VALIOSO, más allá de todas las críticas que podamos hacer al régimen de Franco desde una perspectiva identitaria nacional-.
PETRAS.



El gobierno progresista socialista de España acaba de clausurar ("provisoriamente") el Valle de los Caídos, tremendo monumento conmemorativo de la desgracia acaecida en España como Guerra Civil Española.

FUENTE:
http://www.generalisimofranco.com/valle_caidos/07.htm

El Valle de los Caídos

Lugar de reconciliación y de paz.





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En defensa de la verdad
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Ante la campaña contra el Valle de los Caídos con la pretensión de convertirlo en un monumento laico, desatada desde sectores comunistas y que propugnan la ruptura de la unidad de España, con datos inexactos cuando no tergiversados, es obligación de salir en defensa de la verdad para lo cual se hacen las puntualizaciones siguientes:

Es falso que las grandes obras del Valle de los Caídos fueran realizadas por “presos políticos”. Es cierto que entre los obreros profesionales figuraron, a partir de 1942, determinado número de condenados por graves delitos, castigados por los tribunales a penas de muerte, en muchos casos, conmutadas por 30 años de reclusión; pero a pocas personas se les escapará, por muy legas que sean en la materia, que alguien que no fuera especialista en la perforación de túneles mediante la utilización de dinamita, por ejemplo, pudiera intervenir en la ejecución de obra tan compleja. El arquitecto don Diego Méndez, que se encargó de la continuación de las obras y del proyecto y construcción de la Cruz, tras la renuncia, por enfermedad, de don Pedro Muguruza, afirma en su obra “El Valle de los Caídos. Idea. Proyecto. Construcción”, lo siguiente:

«La maledicencia ha cargado las tintas a la hora de valorar el papel que en la realización de las obras desempeñó dicho personal. Lo rigurosamente cierto es que este pequeño grupo de obreros fue atendido, aunque con las naturales limitaciones derivadas de su situación, en pie de igualdad con el resto de los trabajadores libres. Su especial psicología impulsó a algunos de ellos a asumir voluntariamente las misiones más peligrosas, aquéllas en las que para vencer a la naturaleza, había de esgrimir las armas del coraje y la dinamita. Sobre alguno de estos hombres, más no sólo sobre ellos, recayó la ciclópea tarea de horadar el Risco de la Nava, para hacer sitio a la prodigiosa Basílica que hoy alberga. Ya, como personal libre, la casi totalidad continuó su tarea en el Valle hasta el fin de las obras, contratados por las diferentes empresas. Hubo, incluso, algunos que pasaron después a trabajar en la Fundación».


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Es falso, como se afirmó recientemente en Televisión Española, en la serie «Memoria de España”, que en las obras hubieran intervenido veinte mil presos políticos». Es cierto, como afirma Diego Méndez, en el libro citado, "que a lo largo de quince años, dos mil hombres (no quiere decir que todos a la vez, ni que todos fueran penados) aportaron su esfuerzo diario hasta dar cima a la obra".


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Es falso que los presos que trabajaron en el Valle de los Caídos lo hicieran obligatoriamente. Es cierto que todos y cada uno de los obreros penados se ofrecieron voluntariamente a las Empresas, por un lado, y, por otro, mediante instancia a la Dirección General de Prisiones. La razón era fácilmente compresible: Lo que comenzó siendo la manera de redimir tres días de la pena por uno trabajado, según Orden Ministerial de 7 de octubre de 1938, lo amplió el Patronato Central para la Redención de Penas por el Trabajo, en 1943, hasta la redención de seis días por cada uno trabajado. El Código Penal lo estableció más tarde en tres días redimidos por dos trabajados. Con lo cual, a los penados que trabajaban en el Valle, que se beneficiaban también de los múltiples indultos decretados por el Jefe del Estado, se les concedió la libertad provisional no más tarde de cinco años después de su condena. Así que en 1950 no quedó ni un solo penado “político” en el Valle. En esa fecha comenzaron a trabajar reclusos comunes que querían redimir penas por el trabajo.


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Es falso que los trabajadores libres o penados sufrieran penalidades sin cuento, con un sistema de trabajo de campo de concentración. Es cierto, como declaró Damián Rabal, cuyo padre y él mismo trabajaron como obreros libres, contratados por la empresa San Román, a Daniel Sueiro, autor de “El Valle de los Caídos. Los secretos de la cripta franquista”, que la cripta se comenzó a perforar a finales de 1941 con diez o doce obreros a los que pronto se sumaron trabajadores procedentes de Peguerinos, El Escorial y Guadarrama, y que los “penados” llegaron a finales de 1942. Pronto se hicieron casas para los obreros, Iglesia, enfermería, economato y un campo de fútbol. Hay que resaltar que los penados cobraban un sueldo mínimo cifrado en siete pesetas, de la época, diarios, más la comida. Y que enseguida fueron subidos a diez pesetas diarias, más los pluses por trabajo a destajo, más o menos peligroso, etc. Gran parte de ellos llevaron allí a sus familias; allí hubo bodas y bautizos. Y allí quedaron la mayoría de ellos, trabajando como obreros libres tras obtener la remisión total de las penas, mientras sus hijos estudiaban en la Escuela organizada al efecto, escuela mixta, la única existente en la España de la época, siguiendo las enseñanzas de un maestro que redimía así su condena de muerte conmutada a treinta años. No debían ser tantos los “penados”, por lo menos al principio, por cuanto Paco Rabal, miembro del PCE, reconoció que en la vivienda que le habían concedido a sus padres vivían la mayoría de ellos. Ambos hermanos coinciden en que las condiciones de vida era

«allí mucho más suave que en las prisiones. Todos (los obreros profesionales) procurábamos echar una mano (...) porque los presos no eran útiles para aquella clase de trabajo; se lesionaban, no sabían ni podían. Muchos iban solos a El Escorial o a Guadarrama, y no se fugaban, sino que volvían. Además podían tener allí a sus mujeres. Ellas iban allí y ya se quedaban...».

Según la prensa de la época, a finales de 1943 trabajaban en el Valle unos seiscientos obreros. La mayoría de ellos de dedicaban a construir la carretera actual.


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Es falso que en la construcción de las instalaciones del Valle de los Caídos murieran “centenares, cuando no millares de presos políticos”, tal se afirma sin aportar prueba alguna. Es cierto, como declaró a Daniel Sueiro el médico don Ángel Lausín, que llegó a Cuelgamuros el año cuarenta, para redimir pena, que

«como médico del Consejo de Obras del Monumento me ocupé de todos los obreros de las diversas empresas que trabajaban allí. Allí hubo accidentes, enfermos, partos, en fin, de todo. Pero para los heridos graves se organizaba el traslado en ambulancias... Los traían a la Clínica del Trabajo, que está en la calle de Reina Victoria... Hubo catorce muertos en todo el tiempo de la obra, porque yo he estado allí prácticamente todo el tiempo».

Don Ángel Lausín ganaba mucho dinero en el Valle, pero cuando la obra terminó le desaparecieron los ingresos del seguro de enfermedad de todos los trabajadores y del seguro de accidentes y sólo le quedó el sueldo de médico del Consejo de las Obras. Por ello pidió una plaza de médico, y se le concedió, en el Ambulatorio del Seguro de Enfermedad de San Blas, en Madrid, donde se jubiló.


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Es falso que los penados “políticos” comenzaran a llegar al comienzo de las obras y continuaran hasta su terminación. Sí es cierto lo declarado por el médico citado:

“De los presos políticos que estuvieron allí hasta el año cincuenta, y yo he estado allí, la mayoría eran excelentes personas, estaban cumpliendo una condena por cosas políticas y estaban ganando unas pesetas para mantener a sus familias. Una vez liberados, muchos se quedaban allí trabajando. Alrededor de los años cincuenta ya quitaron los establecimientos penales y sólo quedó el personal libre”.

El practicante, don Luis Orejas, condenado a nueve años, quedó en libertad poco después de su llegada al Valle, pero prefirió quedarse allí donde empezó ganando quinientas pesetas mensuales. Llevó a su mujer y allí nacieron sus cuatro hijos. Tras la inauguración del Valle logró una plaza de practicante en el servicio de urgencias de La Paz. Don Gonzalo de Córdoba, el maestro, había sido condenado a la última pena, conmutada por treinta años. Cobraba, al llegar al Valle, en mayo de 1944, mil cien pesetas mensuales. Don Gregorio Peces-Barba del Brío, padre de don Gregorio Peces-Barba, condenado a muerte por hechos reflejados en la Causa General, también le fue conmutada la pena de muerte en 1942, llega al Valle a comienzos de 1944 y en abril recibió la libertad condicional, con lo que pudo abandonar el Valle. Durante esos tres o cuatro meses le acompañaron su mujer y su hijo. El señor Peces-Barba declaró a Daniel Sueiro:

«Por mi parte, tampoco puedo decir que haya estado arrancando piedras, sería estúpido decir eso; no hubiera sido demasiado útil arrancando piedras. Yo estuve en el trabajo de las oficinas».

Así otros, cuyos nombres omitimos por no alargar esta nota.


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Es falso que la construcción del Valle de los Caídos supusiera un dispendio que hizo peligrar las finanzas nacionales. Sí es cierta la liquidación final del Interventor General de la Administración del Estado y del Consejo de la Obras, rendida en mayo de 1961. La liquidación revela que el coste de las obras se elevó a 1.159.505.687,73 pesetas, similar a la deuda actual de Radio Televisión Española y muy inferior a los déficit de todas las televisiones autonómicas. Por lo demás, no se invirtió en la obras ni un solo céntimo del Presupuesto Nacional. El dinero, según advierte el Decreto-Ley de 29 de agosto de 1957,

«A fin de que la erección del magno Monumento no represente una carga para la Hacienda Pública, sus obras han sido costeadas con una parte del importe de la suscripción nacional abierta durante la guerra y, por lo tanto, con la aportación voluntaria de todos los españoles que contribuyeron a ella».

Fueron 235.450.374,05 pesetas. El resto procedió de los recursos netos de los sorteos extraordinarios de la Lotería Nacional que se celebraban anualmente el día 5 de mayo, y que, hasta aquél momento se habían destinado a la construcción de la Ciudad Universitaria de Madrid. Según Diego Méndez a ello hay que sumar «millares de donativos particulares, algunos de ellos de procedencia verdaderamente ejemplar y emocionante».


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Es falso que en la Basílica del Valle de los Caídos solamente estén enterrados los muertos del lado nacional o que Franco la construyó para que le sirviera de Mausoleo. En el Valle de los Caídos están enterrados cuarenta mil españoles de uno y otro lado de las trincheras, por lo que constituye el monumento representativo de la reconciliación nacional. Allí se reza y se oficia por unos y otros, sin distinción de ideologías. Franco compró una tumba en el cementerio de El Pardo. Fue el gobierno de entonces, quien determinó que el enterramiento del Generalísimo fuera en el Valle, decisión ratificada por S.M. el Rey, quien pidió permiso al Abad de la Basílica de la Santa Cruz del Valle de los Caídos para enterrar allí a Franco.

Queremos terminar con palabras de un enemigo de Franco, detractor de la construcción del Valle de los Caídos, y padre de otro enemigo de Franco y así mismo detractor del monumento. Son palabras del citado don Gregorio Peces-Barba del Brío:

«... teníamos que ir inculcando a nuestros hijos, lo que teníamos que ir inculcando a las generaciones que pudieran sucedernos, es que en España no podía volver a repetirse aquélla tremenda catástrofe que supuso nuestra Guerra Civil. Por eso pienso que los vencidos de la guerra no hemos tenido nunca, no hemos tenido jamás deseos de venganza; no hemos querido ni hemos tenido presente más que el deseo de que entre las dos Españas no se siguiera ahondando. El ahondar entre las dos Españas no ha sido fruto de los vencidos. Yo quiero resaltar eso, que a los vencidos, que hemos hecho la Guerra Civil y somos supervivientes de la Guerra Civil, no se nos puede ni se nos debe tachar de revanchistas ni de marcados. Los que hemos hecho la Guerra Civil hemos sido desde el primer momento los más interesados en educar a nuestros hijos en el respeto y en el amor al prójimo; en educarles en el sentido de que su vida y su actividad y sus vivencias políticas vayan encaminadas a que de una vez para siempre vuelva a haber paz entre los españoles y aquello no vuelva a producirse”. Que así sea.



Fundación Francisco Franco

Abril - 2.005.-


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Fuente:
www.generalisimofranco.com - 2.005

martes, febrero 09, 2010

OSCAR CONTARDO: EL PROGRE CHILENSIS, EL TIPO HUMANO DE "LA TRANSICIÓN".

En los años 40, el diseñador Mauricio Amster etiquetaba a Chile como la Melipilla del Universo (por si no lo conocen, Melipilla es una mitad del camino pueblerino entre la urbe santiaguina y los balnearios costeros del Pacífico) y hoy esa Melipilla cósmica se ha convertido en ese lugar del Cosmos en donde encontramos "una autopista subterránea junto a un río utilizado como cloaca a tajo abierto".
Este es el marco ambiental en donde surge un tipo humano que el escritor Oscar Contardo -a continuación- denomina EL PROGRE CHILENSIS, encarnación de un progresismo a la chilena, en el que se funden y confunden, por un lado, un marxismo-leninismo extremista reciclado en el contexto burgués de Europa y USA y, por el otro lado, un consumismo que profita de los exitos de la revolución neo-liberal del Pinochetato.
PETRAS.



LOS CÓDIGOS DE LA ONDA POLÍTICA DE MODA

EL PROGRE CHILENSIS
Cuando se vaciaron las utopías surgió en el medio político chileno la expresión “progresismo” y su sonora encarnación chileno. Aquí, Oscar Contardo, autor de Siútico, define los gustos, inclinaciones y códigos del movimiento que se esconde tras la palabra más usada en la campaña política que termina.

POR ÓSCAR CONTARDO


Hubo un momento en el que ya no bastó con ser de izquierda. La palabra no daba para todo ese imaginario que había que expresar y que estaba constreñido por fronteras y divisiones obsoletas. Ese mundo de modernidad cosmopolita –alejado de las ensoñaciones proletarias de una sociedad más justa y de los pergaminos con poemas de Benedetti – exigía replanteamientos, nuevas miradas, más creativas y con más millajes de vuelo.

Ese momento en el que ya no bastó con ser de izquierda coincidió, o al menos fue cercano, al surgimiento de una derecha que nunca más lo fue a secas, y se autoprescribió un prefijo transformándose en centro-derecha. Si existía la expresión living-comedor, casa-habitación, democracia-protegida o fiesta-bailable, no había razón para no recurrir a la combinación de dos palabras que enriqueciera el campo semántico y borrara las aprensiones de un pasado incómodo a través de la estrategia de la aglutinación de sentidos. Aumentar el follaje para ampliar las posibilidades electorales, en el estilo de la pesca de arrastre, pero con mayor sentido ecológico y más presencia en las poblaciones. Como hubiera dicho un humanista-cristiano: Si bien es cierto era la derecha de siempre, no era menos cierto que también era una nueva. Fue en ese momento –en el que las utopías se vaciaron, se glorificó el futuro inmaculado y la historia se transformó en poco más que un lastre cacareado por los aguafiestas- en el que surgió en el medio político chileno la expresión “progresismo” y su sonora encarnación: el progresista chileno.

Apareció con el declive del concepto “apolítico” esgrimido por las figuras de la televisión y en paralelo a la primera camada de posgraduados de la transición.
Importado y adaptado en armadurías propias, como las antiguas citronetas o los televisores Bolocco de los 70, el progresismo surgió aquí como un guiño entre conocedores de otra cosa distinta a la habitual, un qué sé yo extranjero, mejor, variopinto, multicultural, difuso pero bien presentado que se expresaba en tono amigable, friendly, no rojo, más bien naranja e incluso amarillo, con buenos modales atemperados por la euro-tolerancia, la american way of life, la tercera vía de Giddens y la convicción de superioridad del que viene de vuelta. Porque el progresista puro y duro no se siente heredero de ninguna tradición local, más allá de divulgar que le encanta Chinoy porque es tan auténtico y tiene la ventaja de parecerse a Bob Dylan, al que seguro va a veraunque termine dando un concierto de ronquidos y murmullos. La política local más allá del 73 es una incógnita que no vale la pena despejar. Pedro Aguirre Cerda para él o ella es poco más que una comuna donde ahora va a existir un metro que seguro nunca va a conocer. Demás está decir que el progre no es muy de puerta a puerta, es más de análisis y simposio en la nieve, capuchino en mano porque el progre no te vive en el país; te lo piensa. Y te lo piensa en perspectiva internacional, en la sala de espera del aeropuerto, echando líneas mientras espera el vuelo que lo llevará a Hong Kong. Opina desde ahí, que es lo más parecido a mirar el pueblo desde la colina y corregir el trazado imperfecto con la altura de miras que da el Lan pass.

El progre chileno se halla más en una publicidad de Benetton o en la biografía de Annie Leibovitz que en la historia de los gobiernos radicales o la vida de Amanda Labarca. Es la seducción chic de ese planeta exterior más allá de la línea del Ecuador que se mueve a otro ritmo, un ritmo mejor vestido que descubrió los beneficios de la tonicidad muscular de pilates cuendo el yoga en Santiago era todavía una novedad y nadie aún había escuchado hablar de las lechugas orgánicas.
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En los años 40, el diseñador Mauricio Amster describió a Chile como “la Melipilla del universo”. Una frase iluminada, llena de realidad y repleta de absurdo, como lo son las grandes verdades. Esa Melipilla cósmica que atraviesa el alma nacional nunca ha desaparecido del todo y es lo que hace cojear las ortopedias de la modernidad en lo macro y en lo micro, insuflándola de contradicciones, de obras a corto plazo, de causas miopes y discursos inconsecuentes. Una autopista subterránea junto a un río utilizado como cloaca a tajo abierto; un sistema de concesiones carreteras paralelo a una línea ferroviaria fantasma; una industria del salmón con un auge tan feroz como su derrumbe; un sistema de transporte público con el GPS de los Picapiedras. Una ciudad llena de farmacias para expoliar a las mayorías estresadas y endeudadas. Son los ejemplos Infra de una realidad Macro que no es del todo fu ni del todo fa.

Pero también están los ejemplos Micro de la Melipilla Interior que tiene su mejor ejemplo en la rica variedad de progresismo en la medida de lo posible, de progresistas de sobremesa, modernos al vapor, mentes abiertas de balneario pituco, rubios socialmente ultrasensibles y morenos globalizados con acento neoyorquino. Te mueres lo bueno que es el café vietnamita, lo salvaje que son las playas en Seychelles, lo amorosas que son las ballenas jorobadas de hocico fruncido.

El concepto de progresismo avecindado como una postura blandengue, con la textura de un chicle de fruta que se estira conservando poco más que el olor a frutilla sintética que se agota después de masticarlo un rato. Luego se escupe.

La rebeldía de casa club y la globalización de mimbre con actores siempre atentos a las nuevas tendencias en el marketing de la buena onda y el rizado metódico de las juntas apropiadas, el grupete de boliche noventero que le habla de tú a tú al poder con mayúscula y discute los grandes temas-país como quien planifica la remodelación de la cocina de su casa o el viaje a la playa adecuada. Tal vez la política nunca fue distinta, pero rara vez la trastienda tuvo tanta prensa involucrada, tanta exhibición de posicionamiento de egos con vocación audiovisual en formato Twitter sembrando el evangelio de la catástrofe partidista y el advenimiento de un nuevo evangelio, más chori y con harta gente nueva, que no es lo mismo que gente aparecida.

Porque el progre local es multivínculos y suele fundir la noción de amistad con la de relaciones públicas de manera permanente y en distintos formatos: desde la reunión en el bar trendy pasando por la pandilla literatosa con bulimia verbal hasta el think tank coqueto. Su vida tiende al cabildeo sobre sí mismo y a sobre-explotar su ingenio de niño respondón o del aplicado de la clase que se esfuerza en demostrar su cercanía con el poder detallando las minucias secretas de palacio, las pequeñas pugnas del partido, el retraso mental de los viejos tercios. Porque lo viejo siempre es malo para quienes ven en su fecha de parto un capital político.

Pero aunque hay deseos de ruptura con el pasado y renovación absoluta, ésta nunca se logra. Sobre todo cuando no conviene y el progre tiene un linaje de telenovela latinoamericana con altos índices de parentesco latente en la escena del poder. Otra cosa son las ideas del pasado. Echar mano de ellas va a depender de la estética, porque una cosa es el Estado de funcionario público grisáceo y otra el Cool State con onda. La religión es otro asunto. En el planeta progre el laicismo quedó reducido al agnosticismo individual que difícilmente agarra el cuerpo suficiente para hacerle frente al liberalismo estilo iraní que tan bien se da en Chile. Una especie única de ayatolismo mestizo de libre mercado que despierta el asombro de los especialistas extranjeros en fenómenos paranormales.

Más que una postura política la separación quirúrgica entre Iglesia y Estado deviene en el progresista chileno en un paréntesis de fe que rara vez se confiesa como ateísmo puro y duro, porque la palabra con “a” es demasiado fuerte, demasiado rotunda y el progre no tiene en su ADN la posibilidad de cerrar puertas que limiten el cambio, de mutación. ¿Y si hay vida después de la muerte? ¿Y si a la Maida se le ocurre casarse por la Iglesia en Zapallar? ¿Y si el tío obispo se enoja con la mamá? Una familia pituca bien vale una misa o un colegio que le asegure buena vida a la prole, que no por moderna va a dejar de comulgar.

Eso que antes era mal mirado –darse vuelta la chaqueta, cambiar de bando- ahora puede ser un plus, un atributo de adaptación a las nuevas condiciones, como reemplazar un Blackberry por un Iphone. En un mundo globalizado es posible estar en todas partes al mismo tiempo. Y también en ninguna. Un poco ubicuo y un poco inocuo. Una fórmula perfecta para ser popular entre los disconformes, pero algo fofa como para lograr convicciones y cuajar proyectos más allá de un asado en Tunquén o una liga de fútbol en Chicureo.

El progre se mueve en bandadas reales y virtuales. Porque su vida on line es tan demandante como la off line. Sufre de cierta ansiedad social por lograr popularidad entre sus pares, una ansiedad de visos adolescentes que se refleja en un Facebook al borde del colapso demográfico. Nunca bloquea contactos porque todo suma, cualquier cosa repercute, toda opinión cuenta. Así como no rechaza admisiones a Twitter, escasamente utiliza la expresión “no sé”, porque él (mucho más que ella) siempre SABE, rara vez desconoce y permanentemente opina o twittea, que vendría a ser lo mismo que darle una cuña al reportero amigo, al periodista cómplice que quisiera ser parte del planeta progre pero apenas llega a ser una mera caja de resonancia. Porque el progre sólo se siente a sus anchas entre iguales, aquellos que comparten ciertas referencias culturales mínimas de alta relevancia: el respeto por las minorías sobre todo si tienen buen apellido, la lectura del columnista puntudo, el amigo millonario de pasado revolucionario y el emporio La Rosa. El progre te recomienda libros en inglés, porque el castellano le queda chico. Un idioma de inmigrantes ilegales y de países sin industrialización no es idioma. Por más que estruje el silabario no encuentra la traducción precisa para el enjambre de palabras necesarias para mantener una conversación que valga la pena: empowerment, deprivation, social accountability, gay friendly y un montón de jerga de paper (no puede decir “ensayo”). Todo un paisaje intelectual que sólo se obtiene con el PHD en universidad gringa o inglesa, que es donde usualmente el joven derechoso de familia agraria revienta la burbuja, arroja la burka y (oops!) se vuelve progre en una versión neocon, pero igual de buena onda. Puede que de vuelta le pida explicaciones a la familia, que se vaya a vivir más debajo de la rotonda Pérez Zujovic o se vaya de parranda con aquellos que antes eran los enemigos. Su misión en adelante será la de tender puentes y darle una nueva dimensión al apellido familiar, teñirlo de un dejo bohemio. Algo más a tono con la nueva conciencia social, que es menos odiosa que la de décadas pasadas, más acogedora, casi-casi una parroquia de buenas intenciones en el marco del concepto poor-people friendly cercano al gay-friendly, aunque sin problemas con el vaticano.

El progre siente que en esa apertura a lo desconocido que significa empatizar con la desgracia ajena hay una lección moral que lo engrandece a él más que a la comunidad que habita. Y de aquí se desprende una realidad dolorosa y feroz: Un progre de verdad nunca puede ser pobre, o más bien un pobre nunca puede ser progre. Como bien reza el eslogan “Firme junto al pueblo”, el progre puede sentarse al lado del necesitado, chinchosear en el boliche de mala muerte o engrifarse por el abuso al desposeído, pero el progre no PUEDE ser desposeído, un detalle trascendental si tomamos que hay ricos de izquierda y pobres de derecha. El progresismo local no tiene vocación ni sentido más allá del segundo quintil de ingreso. Pierde consistencia, pierde tono y se vuelve poco más que el guión entre dos palabras.

sábado, febrero 06, 2010

MONSEÑOR PIERONEK, OBISPO DE CRACOVIA: EL HOLOCAUSTO ES UN CUENTO JUDÍO.




Los medios masivos de comunicación han ocultado a la opinión pública mundial las claras, valientes, recientes y sensatas declaraciones del Obispo de Cracovia, Polonia, Monseñor Tadeusz Pieronek (Le nouvel Observateur de Paris pareciera ser la excepción). ¿Porqué las han ocultado a diferencia de la explotación que hicieron con las declaraciones del obispo inglés radicado en Argentina, Monseñor Richard Williamson, hasta enero del 2009 director del Seminario de la Sociedad San Pio X y quien en una entrevista a la TV sueca negó la cantidad de muertes judías que pretande la propaganda sionista?
¿Será porque este último era menos defendible dada la precaria situación en que se encuentra el lefebrismo en relación a la Iglesia Católica?
En cambio, Monseñor Pieronek es un sucesor apostólico de Juan Pablo II en el obispado de Cracovia, y eso -hasta ahora-parece que es algo que respetan o temen quienes manejan los mass media.
PETRAS.

27-1-2010 INFOBAE

Estas fueron las palabras pronunciadas el 25 de enero del 2010 por el obispo de Cracovia, Monseñor Pieronek, ex vocero y Secretario General de la Conferencia Episcopal de Polonia (de 75 años de edad, amigo personal del Papa Juan Pablo II y sucesor de este en el obispado de Cracovia):


"Los judíos se han apoderado del Holocausto como un arma de propaganda", dijo. "Es cierto que la mayor parte de los muertos en los campos eran hebreos, pero también católicos, polacos, gitanos, italianos, rusos. La Shoah (Holocausto) como tal es un invento de los judíos".

Agregó que "no es lícito apoderarse de aquella tragedia para hacer propaganda. La Shoah como tal es una invención hebrea. Se podría fijar también una jornada de la memoria para las víctimas del comunismo, de los católicos y cristianos perseguidos”.

Destacó además que “los judíos, gozan de buena prensa porque tienen poderosos medios financieros, un enorme poder y el apoyo de Estados Unidos. Esto favorece una cierta arrogancia que encuentro insoportable".



ESTA ES LA VERSION QUE ENTREGA EL PERIODICO FRANCÉS LE NOUVEL OBSERVATEUR (ES UNA TRADUCCIÓN AUTOMÁTICA):

Versión original:
http://tempsreel.nouvelobs.com/actualites/societe/20100125.OBS4755/la_shoah_une_invention_juive_selon_un_eveque.html

Mons. Tadeusz Pieronek (AFP)
Ltiene Holocausto como tal es un invento judío ", dijo el lunes, 25 de enero un obispo polaco a retirarse en un sitio católico tradicionalista italiano en dos días del 65 aniversario de la liberación del campo de exterminio deAuschwitz, El Día Mundial del Holocausto.
"Si bien es innegable que la mayoría de las muertes en campos de concentración fueron Judios en la lista había también gitanos, polacos, italianos y católicos", dijo el obispo Tadeusz Pieronek, el sitio Pontifex.roma.it.
"No es posible capturar esta tragedia para hacer propaganda", dijo de 75 años de prelado de edad, que era un amigo de Pope John Paul II, diciendo que "no es verdad históricamente en los campos de concentración son los Judios único que murió. "Hubo muchos polacos, pero la verdad es a menudo ignorado de hoy", continuó el Arzobispo Tadeusz Pieronek.

Mons. Tadeusz Pieronek habla de "propaganda"
Para el Arzobispo Tadeusz Pieronek, ex secretario y ex portavoz del episcopado polaco, "así que podía hablar con la misma fuerza y establecer un día de homenaje también a las numerosas víctimas del comunismo, los católicos y los cristianos perseguidos y para inmediatamente.
El Holocausto es "utilizado como arma de propaganda y para obtener beneficios a menudo injustificadas", dijo el obispo.
"Ellos, los Judios disfrutado de una buena prensa, porque están respaldadas por fuertes recursos financieros, el enorme poder y el apoyo incondicional de los Estados Unidos y que ello fomenta una cierta arrogancia que me parece insoportable," hizo , agregó.
"Por supuesto, todo esto no niega la vergüenza de los campos de concentración y de aberraciones del nazismo"Ha dicho.



TEXTO ORIGINAL EN FRANCÉS:

juifs « Les Intransigeants
... ajoute Mgr Pieronek, qui demande qu'”on fasse une journée de la mémoire ...... Comme au monopoly, il va en taule (avec monsignor williamson, le renié, ...
intransigeants.wordpress.com/tag/juifs/

Un évêque polonais déclare que la Shoah est une “invention juive” ! Monday, Jan 25 2010
Actualité and Anti-sionisme and Citations affaire williamson, bishop williamson, declaration, juifs, mgr williamson, nazisme, pieronek, pologne, polonais, révisionnisme, shoah, Tadeusz Pieronek, williamson El Cristero 7:23 pm

A peine un an après le déclenchement de l’affaire Williamson, un autre évêque (conciliaire cette fois ci) remet le couvert sur la question qui dérange ! Nous en sommes bien évidemment tous attristés, puisque nous croyons fermement à la Shoah, nous y croyons tous à mort !

La Shoah, “une invention juive”, selon un évêque

“La Shoah en tant que telle est une invention juive“, a déclaré lundi 25 janvier un évêque polonais à la retraite sur un site catholique traditionaliste italien (…)

“S’il est indéniable que la majorité des morts dans les camps de concentration étaient des juifs, dans la liste il y a aussi des tziganes, des Polonais, des Italiens et des catholiques“, a déclaré Mgr Tadeusz Pieronek, sur le site Pontifex.roma.it. (…)

La Shoah est “utilisée comme une arme de propagande et pour obtenir des avantages souvent injustifiés“, a encore affirmé l’évêque.

“Eux, les juifs, jouissent d’une bonne presse parce qu’ils sont soutenus par de puissants moyens financiers, un énorme pouvoir et l’appui inconditionnel des Etats-Unis et cela favorise une certaine arrogance que je trouve insupportable“, a-t-il ajouté.(…)

Dans l’article, il a aussi estimé qu’avec le “Mur” de séparation entre Israël et la Cisjordanie occupée, l’”on commet une injustice colossale à l’égard des Palestiniens qui sont traités comme des animaux et dont les droits (fondamentaux) sont pour le moins violés“.

“Mais on parle peu de ces faits dont sont complices les lobbies internationaux“, ajoute Mgr Pieronek, qui demande qu’”on fasse une journée de la mémoire aussi pour eux” (les Palestiniens).(…)

SOURCE : http://tempsreel.nouvelobs.com/actualites/societe/20100125.OBS4755/la_shoah_une_invention_juive_selon_un_eveque.html

(Tout frais tout chaud ! Merci à Ingomer !)

ESTA ES UNA TRADUCCIÓN AUTOMÁTICA DEL TEXTO ANTERIOR:

Un obispo polaco dijo que el Holocausto es una "invención judía"! Lunes, enero 25, 2010,
Noticias y El anti-sionismo y Citaciones Williamson Case, Mons. Williamson, Declaración, Judios, Mons. Williamson, Nazismo, Pieronek, Polonia, Polaco, revisionismo, Holocausto, Tadeusz Pieronek, Williamson El cristera 7:23 pm

Apenas un año después del estallido del caso de Williamson, otro obispo (conciliar este momento) dar cobertura sobre la cuestión que molesta! Todos estamos tristes por supuesto, ya que creemos firmemente en el Holocausto, todos creemos en la muerte!

El Holocausto, "una invención judía, de acuerdo a un obispo

"El Holocausto como tal, es una invención judía"Said Lunes, 25 de enero un obispo polaco a retirarse en un italiano sitio católica tradicionalista (...)

"Si bien es innegable que la mayoría de las muertes en campos de concentración fueron Judios en la lista había también gitanos, polacos, italianos y católicos,", Dijo el obispo Tadeusz Pieronek, el Pontifex.roma.it sitio. (...)

El Holocausto es "utilizada como arma de propaganda y para obtener beneficios injustificados a menudo", Dijo el obispo.

"Ellos, los Judios disfrutado de una buena prensa, porque están respaldadas por fuertes recursos financieros, el enorme poder y el apoyo incondicional de los Estados Unidos y que ello fomenta una cierta arrogancia que me parece insoportable"Ha dicho. (...)

En el artículo, él también creía que con el "muro" que separa Israel y los territorios ocupados de Cisjordania, el "uno comete un colosal injusticia contra los palestinos que son tratados como animales y sus derechos (fundamentales) se violan, al menos,".

"Pero poco se dice de estos hechos son cómplices de los grupos de presión internacional"Agrega el obispo Pieronek, que exige que"hacemos un día de recuerdo para ellos también"(Palestinos). (...)

FUENTE: http://tempsreel.nouvelobs.com/actualites/societe/20100125.OBS4755/la_shoah_une_invention_juive_selon_un_eveque.html

jueves, febrero 04, 2010

LOS JUDÍOS DE LA REVOLUCIÓN BOLCHEVIQUE.





Esperamos que pronto sea traducido y editado en castellano este interesante libro que acaba de publicarse en Francia, y del que es autora Anne Kling, funcionaria del Consejo de Europa, quien ya había publicado el libro La France LICRAtisée, que fue censurado por el mismo Consejo de Europa por argumentar en contra del inmigracionismo (la inmigración descontrolada) en Europa (LICRA es la Liga Internacional Contra el Racismo y el Antsemitismo).
PETRAS.

LOS REVOLUCIONARIOS JUDÍOS
EN LA REVOLUCIÓN BOLCHEVIQUE.

ANNE KLING.
“REVOLUCIONARIOS JUDÍOS. Los principales actores de las revoluciones bolcheviques en Europa (fin del Siglo XIX-1950)”. Ediciones Mitra, France. 21 Euros.

El rol esencial que jugaron los revolucionarios judíos en la gestación, en la organización, en la realización y en la consolidación de la revolución bolchevique de 1917 en Rusia, y más ampliamente en la esfera europea en el curso de las décadas siguientes, es puesta aquí en evidencia en este libro.

Anne Kling nos presenta una galería de 72 retratos, a menudo terroríficos pero siempre sorprendentes, de los principales actores –varones y mujeres- de ésta barbarie. Todos ellos tuvieron importantes responsabilidades en lo ocurrido, pues jugaron un rol sumamente grande en la instauración de este régimen que fue particularmente inhumano.

ALGUNOS DE LOS JUDÍOS BOLCHEVIQUES RETRATADOS POR KLING:

En este libro se pone al descubierto a los dos banqueros que financiaron a los bolcheviques: el norteamericano JACOB SCHIFF y el sueco OLAF ASCHBERG.
Y a TROTSKI, ZINOVIEV y KAMENEV que terminaron sus días asesinados por orden de Stalin, dado que La Revolución devora a sus propios hijos; característica que no es el menor de los encantos que tiene La Revolución.
Y a KAGANOVITCH, el Eichmann soviético encargado de supervisar el Holodomor, la gran hambruna de Ukrania de 1932 y 1933 que fue orquestada desde el mismo poder soviético y que causó por lo menos seis millones de bajas en la población civil, de las cuales dos millones eran niños ucranianos.
Sin olvidar a IAGODA, que el periodista israelita Sever Plocher calificó recientemente, en un artículo intitulado “Los judíos de Stalin”, como “el más grande asesino judío del Siglo XX”;
Y sin olvidar tampoco a JACOB AGRANOV, quien se hizo famoso por su slogan: “Si no hay enemigos, hay que crearlos, denunciarlos y castigarlos”.
Anne Kling hace una evocación del Mengele soviético, GREGORI MOISSEVITCH MAIRANOVSKI, quien estuvo a cargo de poner a punto un veneno mortal que al ser aplicado no dejaba huella alguna y también de practicar numerosos experimentos en conejillos de indias humanos.
Y la autora evoca todavía a otros personajes dignos de entrar en la historia, como es el caso de ISAÍAS DAVIDOVITCH BERG quien inventó en 1937 las cámaras de gas ambulantes.
…y tantos otros que no causaron menos desgracias que los anteriormente mencionados, incluyendo a una buena cantidad de mujeres que no tienen nada que envidiar a sus homólogos masculinos.

A modo de conclusión, Anne Kling se pregunta:
“A la hora de que las naciones europeas, con Alemania a la cabeza, son constantemente llamadas a recordar sus propias faltas y a asumir su responsabilidad histórica con los horrores cometidos ¿es normal que páginas enteras de la historia sigan siendo sistemáticamente escondidas a la memoria de los judíos?”.


(Traducción de Petras).

EL BLOG DE ANNE KLING:
http://france-licratisee.hautetfort.com/archive/2009/01/17/le-conseil-de-l-europe-a-gagne-1.html

miércoles, febrero 03, 2010

BALMELLI: DEFENSA DEL ESCUDO NACIONAL CHILENO.

<strong>



ATENTADO DE LESA PATRIA

J.Horacio Balmelli Urrutia


Desde muy pequeños hemos podido identificar y del mismo modo, aprender a venerar nuestros emblemas patrios, es decir, a esa invicta enseña que ha recorrido todos los mares del mundo y a ese escudo que está presente en todos los rincones del territorio nacional como perennes símbolos de ese espíritu de chilenidad que brotó en esta tierra hace mas de dos siglos y que nos deberá acompañar con orgullo por muchas generaciones mas.

Entrando en los anales de la historia, nos encontramos que el actual escudo nacional fue creado algunos años después de nuestra independencia y al igual como sucediera con la bandera, ya que antes tuvimos dos modalidades para estas divisas: una que reflejó la Patria Vieja y la otra, el período de transición que precedió a nuestra naciente República. Pero, a diferencia de los diseños anteriores, en el último proyecto de nuestro escudo no se empleó las modalidades de la heráldica convencional, vale decir: leones, águilas, castillos y torres, entre otros y en cambio, se optó por incorporar como tema central lo propuesto por don Carlos Wood en esa época, o sea, esos mismo colores de la bandera, los que cortan el fondo figurativo central en dos campos (azul como superior y rojo como inferior), además de llevar la estrella blanca de cinco puntas en el centro. Sobre todo ello va un penacho tricolor y por soportes, dos altivas y hermosas especies de nuestra fauna silvestre: un huemul a la derecha y un cóndor a la izquierda, portando cada uno de ellos una corona naval sobre sus cabezas. Esta iniciativa se gestó justamente durante el gobierno de don Joaquín Prieto, quien envió al Congreso el respectivo proyecto de ley en el mes de Agosto de 1832 y el que después fuera aprobado el 24 de Junio de 1834. A posterior, en 1920 se le incorporó a este escudo en su parte inferior una cinta con el lema. “Por la razón o la fuerza”, con lo cual quedó definitiva e íntegramente reconocido como emblema nacional por Decreto Supremo del 18 de Octubre de 1967.

Así fueron pasando los siglos XIX y XX, más nunca ninguna autoridad o corriente de opinión se atrevió a proponer algún tipo de modificación a nuestros símbolos patrios, toda vez que estos mismos se pasearon por los campos de batalla en donde se necesitó defender los intereses de Chile a cualquier precio, y es más, demostrando que lo dicho por don Alonso de Ercilla y Zúñiga en la sexta estrofa del Canto 1 de su poema épica LA ARAUCANA no habría de perder su vigencia como cuando pudimos impedir que la lacra marxista se enseñoreara de nuestro país en 1973 y mas tarde, un eventual conflicto bélico con nuestros vecinos de allende Los Andes.



Pero hoy la situación parece querer cambiar y existen opiniones de ciertos políticos que indican que se pretende introducir extrañas e injustificadas modificaciones a nuestro actual escudo, posiblemente cambiando o eliminando la cinta con su lema. Entonces cabe reflexionar en el sentido de que si ello es otra maniobra del gramcismo para infiltrarse dentro de nuestra identidad nacional como una callada forma de atentar en contra de sus mas caros valores históricos y tradiciones patrias, tal como se intentara hacer durante este mismo período de gobierno al tratar de deformar la imagen de Prat y sus camaradas en una paupérrima obra de teatro que contó con el auspicio del propio Ministerio de Educación, a través de su organismo FONDART. Hecha esta reflexión, es válido aseverar que el tema en comento debe preocuparnos a todos los chilenos, sin distinción de credos ni ideologías, porque si se llegara a producir este verdadero atentado de lesa patria, de inmediato podrían emerger otras interrogantes como:

• ¿Vendrá luego otra desacertada idea como eliminar al cóndor y al huemul por ser ejemplares de especies consideradas en extinción o, por el efecto de ciertos criterios seudoecologistas que suelen ponerse de moda e influir en materias como ésta?
• Valiéndose de la tecnología computacional que hoy se emplea en televisión ¿Por qué se está difundiendo una suerte de logotipo surrealista para representar a nuestro pabellón nacional cuando las entidades del Estado envían mensajes a la comunidad?
• ¿Podrán nuestros hijos o las generaciones futuras entender las razones por las cuales ciertos gobernantes adoptaron tan desafortunadas medidas y así se vulneró abiertamente las tradiciones que cualquier nación se empeña en defender?
• O simplemente,¿será que el marcado resentimiento revanchista de hace tres décadas ha logrado que ciertas mentes, cargadas aún de rencor, interpreten erróneamente que el lema de nuestro escudo nacional es lo mismo que el conocido chilenismo: “ Por las buenas o las malas...”?

Creo que debemos abogar con fuertes argumentos para que no se intente recurrir a otro deplorable manejo de manifiesto interés politiquero y que tampoco a nada positivo conduce, como sucediera hace dieciséis años cuando el primer gobierno de la Concertación dispuso eliminar de su interpretación oficial una estrofa de nuestro Himno Patrio, en circunstancias de que bien sabemos que la creó como un reconocimiento a aquellos jóvenes criollos que, tomando las armas por vez primera, se convirtieron en paladines de la victoria, pavimentando con su sangre la senda que nos condujo hacia la emancipación del yugo hispano y también para contribuir a la liberación de otros países como el Perú.

No podemos en consecuencia permitir que se mancillen o se alteren las tradiciones históricas de nuestro país a través de una simple determinación del Gobierno o del Parlamento y es más, de mantenerse tales ideas, se estima que ellas, a lo menos, deben ser sometidas a un plebiscito nacional, previo identificar el real propósito que
se pretende alcanzar.